I gemelli e il terreno perduto
Adelina e Francesco, da buoni gemelli, si muovevano sempre insieme. A malincuore lasciarono i telefonini e le storie su YouTube e si misero ad ascoltare seri seri.
La mamma continuò: «Papà ha messo il chiavistello al cancelletto che porta al pozzo, è troppo pericoloso per voi. Per nessun motivo dovete andare verso il fosso, che è ancora in piena ed è più pericoloso del pozzo. Quest'ultimo comunque è chiuso con il coperchio, ma vi conosco a tutti e due, lo so che combinate sempre guai!»
I gemelli confermarono che, per carità, mai e poi mai avrebbero disubbidito; tanto, non succedeva mai niente in quel posto.
Il vecchio pozzo l’avevano scavato a suon di picconate il bisnonno e suo fratello quando erano giovani. Ora non c’erano più, e anche il vecchio pozzo, profondo ben dodici metri, non era in buone condizioni e si era prosciugato negli anni. Restava solo un quadrato di vecchi mattoni alto un metro e una grossa lastra di metallo sopra: niente che potesse attirare un bambino.
Adelina e Francesco, per carità, a chiamarli a nomi invertiti non avrebbero risposto. E non per via delle lettere iniziali del nome o dell’ordine alfabetico, ma semplicemente perché Adelina era nata cinque minuti prima di Francesco. Era lei la sorella "grande". Francesco aveva accettato questa cosa per quieto vivere, ma non è che la cosa gli piacesse sul serio.
Appena la mamma si allontanò, Adelina chiamò al rapporto il fratello: «Ti sei reso conto che i nostri genitori ci hanno rubato un pezzo di terreno?»
Francesco, che era un bambino accomodante e sempre pronto a vedere il lato buono delle cose, laconicamente rispose: «In che senso ci hanno rubato il terreno?»
Adelina alzò gli occhi al cielo e pensò che, meno male che era nata per prima, perché al fratello dovevi spiegare sempre tutto, mica solo i giochi del cellulare!«Se ci hanno messo un cancello chiuso con il lucchetto, fratello mio, ci hanno rubato la terra per i nostri giochi!»
Francesco non capiva e rispose con tutta la sua calma: «Ma se non ci siamo mai andati a giocare! A noi piacciono i giochi sul cellulare e vedere i video, mica andarci a infilare in un pezzo di terra dove non succede mai niente!»
Da buona sorella maggiore, lei usò quei pochi minuti di vantaggio e disse con enfasi: «È il principio! Prima o poi ci potevamo andare, e ora è chiuso, non possiamo più. Ci hanno rubato il terreno e va trovata una soluzione!»
«Una soluzione a cosa?», chiese il secondo nato, che proprio non la capiva la gemella. Non capiva soprattutto perché scervellarsi a trovare soluzioni quando le cose andavano bene.
Adelina capì che doveva fare tutto da sola. Fece una ricognizione dettagliata della zona: scattò foto con il cellulare al cancello e all'area circostante, arbusti compresi. Voleva capire cos'altro, oltre alla terra, i genitori avessero rubato loro. Non era facile fare le foto dal cancello e stare attenta che il telefono non cadesse nel fosso. Quel profondo avvallamento era stato scavato dall’acqua nel corso dei secoli: passando sempre nello stesso punto, aveva creato una specie di canyon, ma molto meno profondo. Era alto circa quattro metri, diceva il papà, e se ci cadeva il cellulare era perso per sempre. Sotto correva l'acqua, chiara e trasparente, con qualche bottiglia di plastica che galleggiava come fosse una barca alla deriva. No, bisognava stare davvero attenti.
Un grosso cespuglio di rosmarino le offrì il punto perfetto e riparato per scattare. Ne fece molte di foto, non da tante angolazioni, ma sufficienti per avere una chiara visione del furto del terreno.
«Francesco, prendi il cellulare!»
«Ce l'ho in mano, come sempre», rispose il fratello.
«Ti ho inviato delle foto, vediamo cosa ci hanno rubato mamma e papà».
«Ce l'ho in mano, come sempre», rispose il fratello.
«Ti ho inviato delle foto, vediamo cosa ci hanno rubato mamma e papà».
Francesco sbuffò. Niente, non la capiva proprio sua sorella, ma aprì comunque le immagini sul display.
«E che ci avranno rubato mai...», disse Francesco. «Due grandi querce, una piccola e tanti arbusti con delle bacche viola che sono pure immangiabili. La nonna non voleva che le toccassimo, capirai che danno!»Adelina aveva perso le speranze: lui proprio non ci arrivava alla questione iniziale. Il cancello, il lucchetto, niente chiave uguale furto del terreno di gioco.
Le bacche violacee e blu, però, attirarono l’attenzione di Adelina. «Come si chiamano quei cespugli?», chiese al fratello.
Lui, quasi di cattivo umore, rispose: «Usa l'intelligenza artificiale! Metti la foto che te lo dice». Era il fratello nato qualche minuto dopo, sì, ma sul cellulare e nelle ricerche online era un vero asso.
Adelina, piccata sul vivo, cercò l'informazione sul display: «Si chiama prugnolo selvatico. Fiorisce come una nuvola di fiori bianchi a primavera e poi fa le bacche. L'IA dice che ci fanno anche un liquore e che qualcuno lo chiama anche lo spinoso, perché per proteggere le sue bacche ha tante spine lunghe. Crea un groviglio impenetrabile dove si rifugiano gli uccellini per sfuggire ai predatori. E le bacche, che sembrano opache, sono coperte da una polverina che, se la togli, le fa brillare!»
Francesco replicò che, siccome non avevano perso niente di importante, si poteva finalmente tornare ai giochi sul telefono. Ma Adelina continuava a scorrere le immagini. All'improvviso cacciò un urlo. Non era chiaro a Francesco se fosse di agitazione, di stupore o di altro.
«Che hai visto nelle foto? Tanto lo so che le stai guardando!», chiese lui, ormai incuriosito.
«Una cosa strana... Vedo tanti... non so... sembrano aghi lunghi, grigi e bianchi. Non capisco se è un animale o qualcosa di buttato via».
Iniziarono entrambi a esaminare attentamente le immagini scattate nel fossato e in una, proprio verso la fine, si vedeva chiaramente un animale che raspava con le zampe alla base del prugnolo. Mandarono subito la foto all'intelligenza artificiale; ora anche Francesco era super interessato.
«Un istrice! Si chiama istrice!», esclamò Francesco, che era decisamente più veloce della sorella a fare ricerche sul web. «Oppure porcospino. Pensa, da noi si chiama "spinosa", proprio come il prugnolo... che forza!»
Poi, sentenziò da vero esperto della rete: «È tempo di andare a controllare quel pezzo di terra. Può darci molti spunti di studio e di gioco!»
Adelina aveva finalmente ottenuto tutta l'attenzione del fratello per la sua missione: «Riprendiamoci il terreno di gioco!»
Due menti ragionano meglio di una, e il piano d'azione venne sviluppato in pochissimo tempo.
Il primo problema: trovare la chiave.
Il secondo problema: quando andarci, se mai l'avessero trovata?
Il secondo problema: quando andarci, se mai l'avessero trovata?
Il piano venne elaborato osservando attentamente tutti i movimenti dei familiari. Appena i gemelli capirono dove fosse nascosta la chiave, la strategia fu quasi pronta: era attaccata al grande mazzo con cui il papà chiudeva la porta di casa ogni sera.
Il secondo problema fu risolto in un lampo da Francesco, che per l'occasione si era trasformato nel vero leader d'azione tra i due: «Mettiamo le sveglie sui cellulari appena fa giorno. Ho controllato il meteo, l'alba è alle 5:30. Senza far rumore prendiamo le chiavi e andiamo a controllare il terreno».
All'alba del giorno dopo, silenziosi come due fantasmi e trattenendo il fiato, girarono le mandate della porta: due giri, sfilarono la chiave e lasciarono l'uscio socchiuso, non sapendo se al rientro sarebbero stati in grado di riaprirlo da fuori.
«Mettici lo zerbino in mezzo, così non si chiuderà se dovesse tirare vento», propose saggiamente Francesco.
«Mettici lo zerbino in mezzo, così non si chiuderà se dovesse tirare vento», propose saggiamente Francesco.
Aprire il cancello del loro "terreno perduto" fu semplice. Misero il primo piede oltre la soglia proprio come gli astronauti nei video dello sbarco sulla luna. Sapevano di infrangere un divieto e di rischiare una punizione se scoperti, ma «se non osi mai, ti rimangono solo i rimpianti», diceva sempre la nonna. Prima non capivano quella frase, ma ora era tutto chiaro. Si immersero con tutti i sensi tra i cespugli, mentre gli uccellini iniziavano a cantare tra i rami dello spinoso e il primo sole rendeva tutto bellissimo.
Adelina si ricordò della polvere che copriva le bacche del prugnolo e cominciò a pulirne una con il dito. Sapeva che erano cattive da mangiare, ma voleva vedere se fosse vero che brillavano. Vuoi per il sole, vuoi per la fantasia, la bacca iniziò davvero a luccicare tra le sue mani.
Francesco, invece, era un po' deluso. Non c'era traccia del motivo principale per cui era venuto: la spinosa animale. Aveva letto tutto su di lei e avrebbe tanto voluto vederla dal vivo. Niente, forse l'avevano spaventata o semplicemente non era uscita. Una grande delusione; tanti rischi per niente.
Chiusero di nuovo il cancello. Mentre Adelina sfilava la chiave della serratura, il mazzo le sfuggì di mano: pling, stong!
Cadendo a terra, le chiavi finirono in mezzo alle foglie secche. Nel chinarsi a raccorlierle, la bambina cacciò un grido di gioia soffocato: «Guarda, fratello, cosa ti ho trovato!»
Aveva tra le mani un lungo aculeo della spinosa, raccolto come il cimelio di una grande vittoria. Felici e soddisfatti, rientrarono in casa piano piano, senza fare il minimo rumore. Tornarono nei loro letti e rimisero le chiavi a posto, come se non fossero mai usciti.
Poco dopo, la mamma portò il caffè al papà sul balconcino della camera da letto, guardando verso il fosso illuminato dal sole: «Hai visto che abbiamo fatto bene a mettere il lucchetto al cancello e a recintare? Vedrai che ora, protetti dalla rete dal lato del fosso, rifaranno il gioco varie volte per cercare la spinosa. Forse così li stacchiamo un po' dal cellulare, per far incontrar loro le meraviglie vere che li circondano!»

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