Matteo e la punizione perfetta
«Matteo, non stare sempre con il binocolo in mano, mica siamo in mare e dobbiamo cercare terra!» Matteo guardò il nonno e pensò che era strano: glielo aveva regalato proprio lui il binocolo per il suo compleanno, e ora si lamentava se lo usava.
All’inizio pensò che, come regalo, sarebbe rimasto nel cassetto. Che ci doveva fare? C’erano tante altre cose da vedere ovunque, quindi il binocolo non serviva davvero. Ma aveva ringraziato e abbracciato il nonno; anche se a volte i regali non piacciono e si vorrebbe altro, qualcuno ci aveva pensato e voleva dire che gli voleva bene.
Un giorno di noia, ma proprio noia, l’aveva combinata grossa. Era uscito di scuola e, siccome abitava non molto lontano, aveva deciso di non aspettare che la mamma lo venisse a prendere. Voleva dimostrare a tutti che era cresciuto; del resto, tutti quelli che incontrava continuavano a dirgli che era diventato un ometto. Aveva un po’ di paura, ci aveva pensato tanto, ma alla fine si era deciso: con coraggio attraversò la strada sulle strisce, mentre gridava alla maestra che il nonno era in macchina dall’altra parte della carreggiata ma non aveva trovato parcheggio. Una bella bugia, ma lui voleva provare a camminare da solo per strada.
Aveva studiato il tragitto da fare mentre la mamma lo riaccompagnava a casa in macchina, e la volta che era andato a piedi aveva memorizzato il percorso, compresi i nomi delle vie e dove doveva svoltare. Ora era pronto. Aveva preso in considerazione proprio tutto!
Non proprio tutto, in realtà: non aveva messo in conto lo spavento totale della mamma che non lo trovò all’uscita di scuola. Si avvertirono i carabinieri, la polizia, i nonni, gli zii e perfino la portiera dello stabile dove abitavano. Il padre si precipitò in macchina da molti chilometri di distanza. Mentre lui, calmo calmo, viveva il suo momento da eroe ai propri occhi, i suoi genitori annaspavano nel terreore.
Non proprio tutto, in realtà: non aveva messo in conto lo spavento totale della mamma che non lo trovò all’uscita di scuola. Si avvertirono i carabinieri, la polizia, i nonni, gli zii e perfino la portiera dello stabile dove abitavano. Il padre si precipitò in macchina da molti chilometri di distanza. Mentre lui, calmo calmo, viveva il suo momento da eroe ai propri occhi, i suoi genitori annaspavano nel terreore.
Via i videogiochi, via il cellulare, via la televisione. Recluso in camera a pensare a quello che aveva fatto per un mese. Gli era concesso solo di andare a scuola accompagnato dai familiari a turno, sia in entrata che in uscita. Non era semplice da accettare: era stato retrocesso a bambino dell'asilo.
Il tempo non passava mai, poi si ricordò del regalo del nonno e lo prese, tutto contento di aver trovato il modo per ammazzare il tempo. (Lo diceva spesso lo zio, ma mica aveva capito come si potesse ammazzare il tempo).
Aprì la finestra che dava su una specie di piccolo parco abbandonato. Una volta forse ci giocavano i bambini, ma la mamma diceva spesso che era diventato un postaccio per gentaccia. Anche questo pensiero non gli era chiaro, ma non se ne curò: tanto doveva solo guardare, mica andarci.
Il nonno gli aveva spiegato come girare la rotella centrale del binocolo per avvicinare o allontanare le cose, così da vedere più in grande o più lontano. «Figo!», pensò mentre faceva le sue prove. Il tempo volò in fretta, quasi quanto quel piccolo uccellino che venne a fermarsi su un ramo a pochi centimetri da lui... beh, diciamo centimetri del binocolo.
«Che bello», pensò Matteo. Elegante, piccolo piccolo, con la coda dritta. Non fece in tempo a osservarlo che era già volato via. Lo conosceva come uccellino perché il nonno era un grande appassionato di volatili e aveva dei libri bellissimi sull’argomento. Lo scricciolo, gli aveva spiegato il nonno, lo chiamano il re degli uccelli. Ma se è piccolo piccolo, com’è possibile?
«Per via della piccola corona di piume che ha sopra la testa», gli aveva risposto il nonno. Quel dettaglio gli era rimasto impresso e fu felice di averlo riconosciuto.
«Per via della piccola corona di piume che ha sopra la testa», gli aveva risposto il nonno. Quel dettaglio gli era rimasto impresso e fu felice di averlo riconosciuto.
«Non male come passatempo», si disse Matteo, che vide la sua stanza-prigione meno soffocante e cominciò a osservare tutto il parco. Pensò di farne una mappa, così poteva scrivere cosa ci fosse in un punto preciso, e anche la matita venne a far parte del gioco.
«Una penna», si disse, «dove l’ho messa?» A casa loro le penne, pensò Matteo, le dovevi cercare con la lanterna, come diceva il nonno quando non trovava una cosa e si lamentava per ore prendendosela con la vecchiaia.
Una volta il nonno lo aveva portato in soffitta, nel dubbio che la nonna gli avesse spostato, nel grande cassone dei ricordi, dei libri che voleva fargli vedere. Erano i libri di quando anche lui era bambino e andava a scuola, e voleva mostrargli la differenza fra i suoi tempi e quelli del nipote. Di solito li conservava con cura in una scatola nell’armadio, ma la nonna, quando si metteva in testa di togliere di mezzo le cose, portava tutto in soffitta.
La soffitta, nella casa di campagna del nonno, si raggiungeva attraverso una scala che da una delle camere portava su, nella parte alta della casa, che sembrava una piccola torre e permetteva di guardare lontano lontano.
Le scale scricchiolavano e lui allora era piccolo, non forte e coraggioso come ora. Aveva paura, ma seguì il nonno che a ogni scalino se la prendeva con l'età: «Accidenti alla vecchiaia, mannaggia alla vecchiaia!», diceva scalino dopo scalino, ed erano molti.
Pensò che stare recluso lo faceva parlare come il nonno. «Non era proprio una cosa buona», si disse mentre disegnava su carta i contorni del parco. Senza saperlo si era trasformato in un cartografo d’altri tempi e, come loro, metteva punti sulla mappa: gli alberi, la casupola abbandonata che chissà come si reggeva in piedi, la vecchia altalena con una corda rotta... insomma, proprio tutto e preciso.
Binocolo alla mano osservava, girava la rotella, avvicinava o allontanava gli oggetti per disegnarli meglio. Intanto pensava che l’aveva fatta davvero grossa: la mamma non lo abbracciava più come prima, il papà poi lo guardava come a dire "ora come faccio a fidarmi ancora di te?" e, soprattutto, non si guardava più la tv insieme la sera. Eh sì, l’aveva fatta grossa.
Il nonno arrivò verso la fine della sua reclusione. Entrò in camera e gli chiese, senza mezzi termini, che cosa avesse imparato in quei giorni dopo la sua impresa pericolosa.
«Ho visto un cardellino come mi hai insegnato tu, ho usato il binocolo e ho creato una mappa dall’alto, così se ci passiamo posso muovermi sicuro. Ho studiato tanto e ho capito che non devo più mettermi in pericolo come ho fatto, e che nel tempo imparerò a camminare da solo, ma quando mamma e papà me ne daranno il permesso. E poi, nonno, posso dirti un segreto grande?»
Il nonno ascoltava con attenzione e fece cenno di sì con la testa. Matteo, come se stesse per rivelare il più grande segreto della storia umana, disse semplicemente: «Mi sono divertito tanto e il tempo è volato... puoi convincere i miei genitori a darmi un altro mese di punizione?»
«Non serve», disse il nonno, «ti basta spegnere la tv e il cellulare e fare come hai fatto in questo mese, per poi riaccenderli quando vuoi tu. Non ci crederai, ma tutti gli strumenti hanno il tasto on-off: sta a noi decidere quale spingere e quando!»
Datemi 4 parole vi racconto un'altra storia!


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