Carletto e le castagne scoppiettanti

Immagini delle 4 parole che creano la storia, civetta, cestino, castagne e focaraccio umbro

“Non farmi aspettare come al solito, Carlo! Se vuoi davvero accompagnarmi a raccogliere le castagne datti una mossa. Molla quel cellulare, che tanto non scappa nessuno! Il giorno cammina e la sera fa buio presto, quindi su, andiamo, o io ci vado da sola!”

Nonna Mirella era una donna sbrigativa nei modi. Non era molto anziana, ma andava fiera dei suoi capelli bianchi e di quel suo essere a metà, con un piede nel presente e uno nel passato. Sapeva però tenere questi due mondi ben divisi e, in quel momento, per lei era tempo di fare un salto all'indietro per compiere un gesto antico: andare a raccogliere le castagne.
“Dalle nostre parti il terreno è tutto calcare,” spiegava la nonna mentre viaggiavano sulla sua fidata Giardinetta. Quella vecchia automobile, più che un monumento storico protetto, per lei rappresentava molto di più: era la sua dose di indipendenza quotidiana. “Su questa terra il castagno cresce male, ma ci sono dei posti quasi segreti, che conoscono in pochi, dove resistono singoli alberi capaci di regalare tantissime castagne.”
“L’ho scoperto quando ero bambina,” continuò a raccontare, “dietro la casa di Ermete. Lì non ci si arrivava se il torrente portava troppa acqua. Ricordo che lui non poteva venire a scuola e rimaneva bloccato in casa finché la corrente non perdeva forza. Fu proprio Ermete a farmi scoprire un posto dove suo nonno si divertiva a buttare le castagne troppo piccole, o quelle che avevano un vermetto come ospite. Butta un anno, butta l’altro, da quegli scarti nacquero dei bellissimi castagni. All'inizio nessuno dava loro credito. 'La terra non è adatta', 'li farà fuori il freddo', 'vedrai che mica campano'... queste erano le voci del popolo! I vicini dicevano al nonno di Ermete: 'Ma lascia stare, compà, non ci perdere tempo a fare gli innesti! Camperanno due giorni con oggi!' Quando una pianta vuole vivere, però, vive nonostante tutto. E il castagno è un tipo tosto: può campare anche mille anni!”
Carlo, che per tutti in paese era Carletto, rimase a bocca aperta per la sorpresa: “Ma dai, nonna! Mille anni sono dieci secoli!”
“Prendi il cellulare e controlla, se non ci credi!” replicò la nonna con un sorriso fiero. “Quelli dove stiamo andando noi avranno un centinaio di anni e sono al massimo del loro splendore. Siccome il ponte davanti alla vecchia casa di Ermete non l’hanno mai costruito, e loro si sono trasferiti da tanto tempo, oggi ci tocca fare un lungo giro in macchina e un bel pezzo di strada a piedi. Ma parola mia, Carletto: ti porto a vedere i castagni che tutti avevano dato per morti ancor prima che nascessero.
Teresina la giardinetta porta nonna e nipote alla ricerca delle castagne


“Gniuch, gniuch... spenk, spenk... clanch, clanch!”
Dalla vecchia Giardinetta d'epoca salivano rumori davvero strani.
“Oddio, nonna, siamo dentro un bosco da soli! Mi dici che cosa sono questi rumori? Ho quasi paura!” esclamò Carletto, guardandosi intorno un po' preoccupato.
“Tranquillo,” rispose pronta nonna Mirella, “Teresina sa il fatto suo. È che, proprio come me, si crede ancora giovane! Però i giunti, le sospensioni e, per non parlare dei sedili... beh, cantano e protestano un po’!”
“Oh!” fece Carlo, sorpreso. “Teresina, nonna? Da quando in poi le macchine hanno un nome?”
“La mia ce l’ha! Lei è la mia amica, e visto che siamo amiche dovevo pur darglielo un nome, no? Io mi prendo cura di lei: la lavo, le cambio l'olio, la porto dal meccanico a controllare ogni sei mesi, le cambio le gomme... e lei, in cambio, mi porta ovunque io voglia.”
“Ma ha il computer per guidarti come quella della mamma, nonna?”
“Ma no, amore mio! Noi usiamo il mio, di computer.”
Carletto ci pensò su un attimo. Si guardò intorno nel cruscotto spoglio, ma non vide fili o attacchi per lo schermo. “Ma come lo attacchi alla macchina, nonna?”
“Non serve mica attaccarlo!” rispose lei ridendo. “Ce l’ho sopra al collo e funziona ancora benissimo. Non ha nessun bisogno di reset e non sbaglia mai una strada!”
Carletto scoppiò a ridere a crepapelle. Sua nonna era davvero una forza della natura!
Molti rumori dopo, tra giravolte fra sentieri sassosi e stradine che si snodavano nel fitto del bosco, la nonna finalmente diede l’alt. “E ora, Teresina non può più andare avanti. La lasciamo qui. Prendiamo l’acqua, la merenda e i due cesti per le castagne. Muoviamoci, che il sole non aspetta certo noi per darsi il cambio con la luna!”
“Si stava meglio in macchina...” brontolò Carletto. Il sedile era scomodo e i rumori erano tanti, ma camminare a piedi tra rovi e ginepri che ti frustavano il viso se non stavi attento, non era affatto una passeggiata facile.
La nonna camminava in avanti, aprendosi la strada e scostando rovi e arbusti con un bel bastone che non lasciava mai. Ci teneva sempre a sottolineare che fosse di legno robusto: non le serviva tanto per camminare, quanto per togliere di mezzo qualche “moscone fastidioso” nel caso in cui qualcuno avesse pensato di giocare brutti scherzi a un'innocente e fragile vecchina. Come un ladro improvviso, per esempio, che avesse tentato di rubarle la borsetta!
“L’ultimo che ci ha provato sta ancora a correre sulla superstrada!” raccontò la nonna al nipote, con gli occhi che le brillavano di divertimento. “Ho usato il bastone come un boomerang! Mica volevo colpirlo, sia chiaro... volevo solo ricordargli che gli anziani si rispettano. Se lui è al mondo, dopotutto, è grazie a un’anziana di oggi!”
la nonna lancia il suo bastone verso un ladro come un boomerang, nipote a bocca aperta

Poco dopo, il sentiero pietroso e scosceso lasciò finalmente il posto a un prato morbido, coperto di tenera erbetta e tappezzato dalle foglie colorate di quegli alberi fantastici.
“Attento a dove metti i piedi,” lo avvisò la nonna. “Guarda quanti ricci! Sono pieni zeppi di castagne, ed è questo il nostro tesoro.”
“Ma possiamo raccogliere quelle cadute in terra, nonna?”
“Quelle dobbiamo raccogliere!” rispose decisa. “Il castagno è un albero gentile: ce le porge direttamente a terra, senza costringerci ad arrampicarci. O chissà, forse è solo un tipo timido che non vuole essere toccato! Prendi quelle belle, marroni e lucide. Lascia stare quelle raggrinzite o con la muffa. Raccogli pure i ricci interi che sono rimasti secchi: con quelli e con la legna, domani faremo un bel focaraccio!”
“Perché non dici che accendiamo il camino? Non è più semplice come espressione, nonna?”
“Eh no!” disse la nonna, sgranando gli occhi. “Se ti sbrighi a riempire il cesto, domani sera le cuciniamo arrosto e accendiamo un vero focaraccio all'aperto, invitando un bel po’ di amici!”
“Mica ho capito,” disse Carletto, grattandosi la testa, “dove vuoi accenderlo questo focaraccio, e perché poi non usi la parola fuoco?”
“Tutto a suo tempo! Adesso sbrigati, che non vedo più il sole tra le cime degli alberi. A breve il bosco si animerà di abitanti nuovi, e ti assicuro che non tutti sono piacevoli da incontrare. Quindi svelto, finisci di raccogliere le ultime castagne e torniamo da Teresina!”
Il viaggio di ritorno, tra la luce del giorno che ormai scemava, i cesti che pesavano sempre di più, i sassi e i rovi da evitare a ogni costo, sembrava un vero percorso di sopravvivenza per esperti, pensò Carletto. Così allungò il passo dietro alla nonna. Lei, davanti a lui, apriva la strada menando fieri colpi nell'aria con il suo bastone; dava mazzate così forti che i rovi sembravano quasi spostarsi da soli per la paura, ancor prima che il legno li toccasse!
“Teresina mia,” sospirò la nonna non appena raggiunsero lo spiazzo, “se non ci fossi tu, io certe cose non potrei davvero più farle!”
Sistemarono i cesti nel bagagliaio e poi la nonna, con un gesto delicato, appese un riccio vuoto allo specchietto retrovisore: era il suo modo speciale per ringraziare Teresina di aver avuto tanta pazienza ad aspettarli. Girò la chiave e accese i fari. In quel preciso istante, Carlo lanciò un grido di stupore indicando il parabrezza: “Nonna! Ma cosa era quello in volo? Ho visto bene?”
“Certo che hai visto bene! Era una civetta. Si è appena svegliata e ora va a cantare e a vivere la sua notte. Te l’avevo detto, no? Di sera il bosco si popola di creature che di giorno non potresti mai vedere.”
Una marcia indietro, due sassi e quattro buche dopo, erano di nuovo sulla stradina principale diretti verso casa. La nonna, canticchiando felice tra un “clank” delle sospensioni e un paio di “sguisch” delle ruote, chiese scherzosamente a Teresina se per caso non volesse fare il giro più lungo. Sperava infatti di mostrare al nipote una volpe impegnata a caccia o una lepre intenta a mettersi in salvo dai predatori notturni.
Alla fine non incontrarono né volpi né lepri lungo la via. “Mi dispiace, Carletto...” si scusò la nonna una volta arrivati a casa.
Ma mentre Carlo apriva la finestra del bagno, che si affacciava sui grandi prati verdi dietro l'abitazione, sgranò gli occhi e la interruppe: “Mica è detto che non ce ne siano, nonna! Guarda, sono venute loro a trovarci direttamente qui! Vieni a vedere, stanno mangiando l’erba del prato!”
nonna e nipote osservano le lepri che mangiano sul prato al tramonto
“Meno male!” esclamò la nonna, avvicinandosi e sorridendo alla vista delle lepri. “Direi che è stata proprio una giornata positiva. Teresina ha funzionato alla perfezione, abbiamo due cesti pieni di castagne, hai visto degli alberi secolari nati solo grazie all'amore di un signore che non si è arreso davanti a chi diceva che era impossibile... e ora abbiamo visto pure le lepri! Domani sera inviteremo un po’ di amici. Accenderò il focaraccio e ci cucineremo le castagne arrosto. Però ricordati: dovremo intaccarle bene bene con il coltello, altrimenti faremo la fine di Alvaro!”
Carletto si voltò curioso: “E chi era, nonna, questo Alvaro?”
“Era un amico di mio fratello,” spiegò lei, mettendosi le mani sui fianchi. “Tutte le sere, ma proprio tutte, veniva a trovarci dopo cena. Che noi fossimo stanchi o meno a lui non importava un fico secco: si sedeva comodamente davanti al camino e per lui quello era il modo perfetto di concludere la giornata. Per noi, invece, che eravamo spesso distrutti dal lavoro nei campi, alla lunga era diventata una vera tortura! Una sera, mentre attizzava il fuoco per renderlo bello vivo, a mio fratello venne un’idea. Diciamo che era un’idea un po’ cattiva, ma voleva a tutti i costi tirare uno scherzo a quell'amico che ormai era diventato il padrone indiscusso delle nostre serate. Poco prima che Alvaro arrivasse... e potevi metterci l’orologio, sai? Spaccava il minuto alle 19:02, tanto che ormai anche l'orologio del campanile in paese lo regolavano in base ad Alvaro che saliva le nostre scale... mio fratello prese qualche...” “...qualche minuto prima, mio fratello, usando la paletta, tirò verso il mattonato del camino un po' di cenere e carboni ardenti. Poi, prese di proposito due belle manciate di castagne di quelle grosse — che da noi si chiamano marroni — e le seppellì per bene proprio sotto lo strato di brace e cenere.”
Alvaro arrivò puntuale come un orologio svizzero. Si mise seduto sulla sua solita sedia accanto al fuoco e chiese subito se il vino buono della sera prima fosse finito, aggiungendo che magari, con un pezzetto di caciotta, sarebbe stato ancora meglio. Fu accontentato in un attimo. Subito dopo, però, noi ci spostammo tutti quanti di nascosto, allontanandoci il più possibile dal camino. Lo lasciammo solo a mangiare e bere e poi... bam!
“Hai presente i fuochi d’artificio quando esplodono in cielo?” ridacchiò la nonna. “Ecco, con le castagne successe la stessa identica cosa! Come se fossero dei veri missili, schizzarono fuori dalla cenere e dai carboni e cominciarono a esplodere e a volare da tutte le parti della stanza! Alvaro cacciò un urlo tremendo e scappò via dalle scale, veloce così come era arrivato.”
Alvaro messo in fuga dalle castagne che scoppiettano in tutta la cucina

“Il giorno dopo,” continuò la nonna, “ci serviva una scusa credibile per non fargli capire che lo avevamo fatto apposta. Così mio fratello andò a scusarsi con lui e gli disse: 'Eh, caro Alvaro, scusaci... sono stati i potti' — che nel nostro dialetto vuol dire i bambini — mica lo sapevano che le castagne vanno tagliate prima di metterle sotto i carboni!' Da quella volta Alvaro cominciò a venire sempre di meno e, quando si presentava, si sedeva sempre lontanissimo dal camino. Così, finalmente, la vecchia nonna poté riprendersi il suo posto caldo vicino al fuoco. Poi, per fortuna, arrivò la primavera e si tornò a chiacchierare tutti insieme all'aperto, al fresco sotto un albero. Per anni ci abbiamo riso su! Ricordatelo sempre, Carletto: le castagne vanno sempre intaccate prima, altrimenti cuocendo si trasformano in missili davvero pericolosi.”
Carletto, però, si fece serio e tirò fuori il telefono: “Nonna, ho letto su internet che oggi non si possono più accendere i fuochi all'aperto. Ho dato uno sguardo e ho visto che se ti scoprono ti fanno delle multe molto, molto alte... salatissime! Mica siamo più ai tuoi tempi, sai? Quindi che facciamo, è tutto rimandato?”
“Macché rimandato!” sbuffò la nonna. “Io stanotte me le sogno le castagne arrosto! Il focaraccio si fa lo stesso, fidati di me.”
La sera dopo, a casa della nonna arrivò una piccola processione di amici. Chi portava una teglia di lasagne fumanti, chi una teglia di piccioni da fare arrosto, chi le salsicce e chi un bel ciambellone rustico farcito con il guanciale. La nonna si trovava davanti alla bocca aperta del grande forno a legna: stava pulendo accuratamente il pavimento interno usando delle foglie di sambuco legate in cima a un lungo bastone. Sotto la tettoia erano state sistemate due grandi sedie di paglia con sopra una tavola di legno, protetta da un panno di lino per appoggiare tutte le teglie.
Carletto la guardò con un gran sorriso e disse: “Allora è questo il focaraccio, nonna?”
“No,” rispose la nonna con gli occhi che le brillavano, “questo in realtà è un forno a legna. Ma siccome hai letto che oggi non si può più accendere un grande fuoco libero all'aperto, io d'ora in poi chiamerò 'focaraccio' questo nostro nuovo modo di stare insieme!”

Il fuoco libero nell'aia con amici e il forno a legna come punto di incontro fra amici oggi

E intanto, mentre parlava, distribuiva i coltellini agli amici per fare il taglio alle castagne, tirando fuori una vecchia teglia forata per cuocerle direttamente sul pavimento di pietra del forno. Poi, come il capitano di una nave, iniziò a chiamare gli ordini ad alta voce: “Infornata per le lasagne!” e spingeva con la grande pala di legno la teglia dentro il calore. “Infornata per i piccioni!” e infine, per ultimo, fece spazio per il ciambellone rustico.
La tavolata sistemata sotto il pergolato, i primi freddi dell'autunno, il profumo del vino rosso, l'acqua fresca e il calore della compagnia fecero sì che Carletto, seppur in modo diverso, vivesse per un attimo un pezzetto di quel tempo passato che per la nonna era la normalità. Cibo condiviso, amici veri, sorrisi e allegria: qualunque fosse il momento difficile che si stava attraversando, stare insieme rendeva ogni cosa più sopportabile e infinitamente migliore.
"Datemi 4 parole e vi racconterò un'altra storia!"
La cena tutti insieme fra amici a fine cottura dei cibi nel forno a legna, il focaraccio umbro moderno


"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"

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