Damiano e la moneta farcita
Damiano era un bambino curioso. Uno dei suoi giochi preferiti era salire la vecchia scala di pietra che portava alla soffitta del casolare della nonna. Era affascinato da sempre da quella ripida rampa, fatta di pietre così consumate che sembrava vi fossero passati sopra migliaia di piedi nel tempo. Qualche gradino era particolarmente logorato, ma in cima si apriva la vecchia porta in legno, con la grossa chiave sempre inserita nella toppa. La nonna diceva sempre che la lasciava lì: “Hai visto mai che un ladro, colto da pietà, passi a portar via un po’ di cianfrusaglie!”.
La soffitta, in realtà, era una piccola torre con una finestrella che guardava su tutta la vallata. Ed era piena, ma proprio piena, di cose vecchie. Ma vecchie davvero! Si andava dalle brocche antiche di coccio sbeccate alle casse piene di abiti dismessi. Insomma, c’era di tutto. Per Damiano quello era un territorio di caccia incredibile, un luogo pieno di mistero. E ogni volta che poteva restare a dormire dalla nonna, quello diventava il suo regno personale.
Quando scese, quella sera, aveva gli occhi che brillavano. La sua ricognizione, a parte le mani nere di polvere e qualche ragnatela appiccicata fra i capelli, aveva dato un frutto straordinario: teneva in mano un vecchissimo ritaglio di giornale, così antico che l’inchiostro cominciava a sbiadire. Lo stringeva tra le dita come se fosse la mappa antica di un tesoro, una reliquia sacra.
Nonna Lina lo guardò sorpresa. Non si aspettava certo di vedere il nipote tanto elettrizzato per un vecchissimo foglio di giornale, chissà dove recuperato tra tutte quelle cianfrusaglie.
“Nonna, ma è vero quello che riporta il giornale?” sbottò Damiano, senza nemmeno prendere fiato. “Ma davvero dalle nostre parti fermarono dei tizi che scavavano per tirare fuori un tesoro? Ma parlano del ponte che attraverso tutti i giorni per venire da te! Nonna, ma davvero c’è un tesoro? Ma l’hanno mai trovato? Oh, nonna, dimmi... che cosa ne sai tu di questa storia?”
“Respira, Damiano!” sorrise la nonna. “Se mi aiuti a preparare la cena, prima che i tuoi arrivino a prenderti ti racconto tutto. Dai, dobbiamo mettere su le salsicce, e io ho già lessato le verdure. Prendi la griglia, mettila nel camino e diamoci da fare.”
Due salsicce dopo, insieme a tre belle fette di pane e a un piatto di verdure di campo ripassate in padella, erano finalmente pronti per la storia. Quando la nonna Lina voleva, sapeva raccontare le storie in un modo unico, di quelli che poi ti restano appiccicati sulla pelle per sempre.
“Speriamo proprio che sia una di quelle storie”, si disse Damiano, mettendosi comodo sulla sedia davanti al fuoco.
Prese il pezzo di giornale, ma la nonna lo fermò con un gesto della mano: “Lascia stare, io c’ero. Sono molto più affidabile del giornalista! Anche se ero piccola, questa storia l'ho sentita ripetere per anni e la conosco bene.”
Nonna Lina si tese un attimo verso il fuoco e iniziò a raccontare: “Era una sera buia, con qualche stella sparsa nel cielo e niente luna. Sulle maese, la terra arata di fresco, saliva la nebbia. Non arrivava oltre le ginocchia, ma rendeva tutto molto, molto pauroso. L’amore, però, non ha paura di niente. Tuo zio Vincenzo si era innamorato di una ragazza bellissima di un paesino vicino, e aveva ottenuto il permesso di farle visita subito dopo cena. Prese una lanterna – perché nei primi anni Cinquanta, dopo la guerra, non trovavi nient’altro che candele o vecchie lanterne a olio – e si mise in cammino per andare dalla sua innamorata. Per fare prima, decise di passare sopra il ponte vecchio. Era così vecchio che l’avevano costruito al tempo dei romani, per scavalcare un profondo fossato con un ruscello che scendeva dalla montagna, sempre pieno d’acqua.”
“Camminava svelto,” continuò la nonna, “un po’ per l’emozione di vedere la sua ragazza, un po’ per la nebbia che saliva. Se fosse salita del tutto, non ci avrebbe visto a due passi, nonostante la lucerna. All'improvviso venne fermato. Non tanto dal grido della civetta, che echeggiò da un ramo proprio sopra la sua testa, ma da cupi rumori di colpi che provenivano da sotto il ponte.”
“Sotto le arcate l’acqua scorreva, ma non era ancora eccessiva: con un paio di stivali si poteva passare tranquillamente. I contadini, a volte, per paura che i tronchi bloccassero il flusso allagando i campi, scendevano a ripulire il letto del torrente. Ma di certo non lo facevano di notte! E quei tonfi aumentavano, come se qualcuno stesse picconando la terra con forza.”
“Di storie su fantasmi e spiriti che giocavano brutti scherzi se ne parlava in continuazione nelle serate invernali accanto al camino; allora era un passatempo comune, un po' come parlare di calcio oggi. Lo zio, insomma, ebbe una fifa boia. Se la diede a gambe levate e tornò indietro di corsa. L’amore conta, Damiano, ma ti giuro che quando la paura ti mangia lo stomaco, l'unica cosa che fai è scappare verso casa!”
“E il giorno dopo, nonna? Ci andò a controllare di giorno? Cosa trovò, c’erano segni di scavi?” chiese Damiano, con il fiato sospeso.
“Niente. Solo dieci centimetri di acqua che correvano veloci. Nemmeno un ramo rotto, niente di niente. Al bar del paese lo zio raccontò l’accaduto, ma tutti lo presero in giro: ‘Chissà che ti eri bevuto! Ma dai, scavare al buio sotto un ponte... ammettilo che non volevi andare dalla fidanzata!’. La ragazza, ovviamente, lo lasciò poco dopo, offesa perché lui era mancato all’appuntamento con la sua famiglia.”
La nonna fece una piccola pausa, poi il suo sguardo si fece più serio: “Qualche giorno dopo, una sera, sentimmo un gran vociare, rumori confusi, qualche urlo e poi... di colpo la quiete. Ci affacciammo alla finestra. Era una notte buia, con una nebbia che, come diceva mia madre, la potevi tagliare con il coltello. Non si vedeva un briciolo di luce e tutto era tornato alla normalità troppo in fretta. In lontananza cantava solo la civetta: ‘Kuwìtt... kuwìtt...’, un verso che ti metteva i brividi. Sentivamo tutto ma non potevamo vedere nulla, ogni suono era ovattato da quel muro bianco. Tornammo in casa e andammo a letto, ma di certo non molto sereni.”
“Nonna, ma alla fine avete scoperto che successe quella notte? Chi scavava? Perché scavava? Cosa erano quei rumori, l’avete scoperto?”
“Leggi il giornale che tieni in mano,” rispose la nonna indicando il foglio ingiallito, “e lo capirai da solo.”
Damiano, emozionato, tese il foglio verso la luce del camino e lesse forte l’articolo, anche se alcune parole sembravano ormai scomparse a pezzi sulla vecchia carta:
“Singolare quanto movimentato episodio quello verificatosi nella notte tra il 4 e il 5 corrente mese in località Ponte Romano. I militari dell'Arma, nel corso di un servizio di perlustrazione rurale, hanno tratto in arresto tre individui colti in flagrante flagranza di reato. I tre, dei quali non sono state rese note le generalità, dovranno rispondere innanzi all'Autorità Giudiziaria delle pesanti accuse di continuato disturbo alla quiete pubblica e grave danneggiamento alle acque pubbliche. Secondo i primi rilievi, i malviventi avrebbero tentato, mediante lo scavo di canali abusivi, di deviare il corso del locale torrente per scopi tuttora avvolti nel più fitto mistero. Tuttavia, in paese circolano già insistenti voci anonime secondo cui i tre fossero in realtà intenti a scavare freneticamente nel greto del fiume alla ricerca di un antico tesoro nascosto. Le indagini proseguono per accertare eventuali complicità.”
“Ma insomma, nonna, allora era vero del tesoro?” chiese Damiano sgranando gli occhi.
“Da noi gira una leggenda che si perde nella notte dei tempi,” rispose la nonna, avvicinandosi alla sedia del nipote. “Si racconta che nel letto di un torrente, proprio sotto un antico ponte in pietra alla confluenza di due corsi d'acqua, siano stati seppelliti degli oggetti d’oro del tempo dei romani. In verità c’è chi dice che qualcuno, dopo una brutta alluvione, qualche cosa abbia trovato davvero! Ma il bello è che i tre arrestati erano persone importanti di una città vicina. Avevano letto di questa leggenda su alcune scritture antiche e, convinti che il ponte fosse proprio il nostro, avevano deciso di scavare di notte, provando persino a deviare il torrente per trovarlo.”
La nonna sorrise, ricordando quei giorni: “Dopo l'uscita di quell’articolo non si dormì per settimane. Ogni notte veniva qualcuno a scavare di nascosto! Meno male che poi arrivarono grandi quantità di acqua dalla montagna e tutti quanti capitolarono.”
“Allora, nonna...” azzardò Damiano, tirando fuori dalla tasca un piccolo oggetto lucido. “Questa moneta che ho trovato in soffitta non è d’oro vero? E non viene dal tesoro del ponte, giusto?”
Nonna Lina spalancò gli occhi per la sorpresa: “Ma guarda un po' dove era finita! Ma no, Damiano, quella non è oro vero. È una moneta farcita, come ti direbbero oggi al bar.”
“Che vuol dire 'farcita', nonna?”
“Vuol dire che dentro è una moneta di ferro, rivestita solo in superficie da un sottilissimo strato d'oro. Tuo zio Vincenzo si fece fondere l’anello della madre e della zia per farla ricoprire dall'orefice del paese! Come credi che abbia riconquistato la sua fidanzata dopo la figuraccia del mancato appuntamento? Con una moneta finta! Le fece credere di aver trovato lui il tesoro romano sotto il ponte... Quelle vere, invece, lo sa solo il ponte dove sono nascoste!”
"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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