Eugenio e i chicchi d'oro

 


spighe dorate, gramigna, capelli del diavolo, fisarmonica



Parte finale:  Eugenio e i chicchi d'oro


«Eugenio, mangia piano...» diceva sempre la nonna, ma stavolta il nipote l’aveva presa fin troppo sul serio: ci stava mettendo un’eternità a finire il suo piatto di picchiarelli conditi con il "sugo finto".
Per nonna Gisa, il sugo era finto quando dentro ci finivano soltanto il pomodoro e gli odori dell'orto. Per lei, il sugo vero era un'altra cosa: carne macinata di manzo e di maiale in parti uguali, odori, pomodoro e una cottura a fuoco lento, lentissimo, finché non diventava quel capolavoro che sulle tagliatelle o sugli gnocchi fatti in casa scatenava la classica scena da leccarsi i baffi a tavola.
«Non ti piacciono, nipote mio?» chiese premurosa la nonna. «Non mangiarli controvoglia, semmai lasciali pure lì. Stasera li riscaldo in padella per il nonno».
«Scherzi, nonna?» rispose Eugenio senza smettere di masticare. «Sono talmente buoni che sto facendo proprio come hai detto tu: mangio con calma per ricordarmi poi tutti i sapori e gli odori!»
«Dai, su, che adesso si sparecchia! Lavo i piatti e poi ci mettiamo sulla panchina, così finisco la storia. Altrimenti restiamo bloccati nel passato, e questo non fa per tua nonna: io amo andare sempre avanti per vedere che succederà di nuovo».
L’aria era caldissima, quasi brodosa sotto al pergolato. Per rinfrescare l'ambiente, la nonna bagnò la terra battuta lanciando un paio di secchi d’acqua e mise a bagno in una grande tinozza, riempita con l’acqua gelida del pozzo, un grosso cocomero. Quella frutta fresca per merenda, dopo i picchiarelli, sarebbe stata un’altra goduria pazzesca.
La nonna scelse un angolo del giardino dove passava un leggero venticello. Le fronde di due grandi querce si muovevano appena, ma quel movimento bastava a creare un ventaglio naturale di foglie. Il clima era cambiato tantissimo da quando lei era giovane, e a quelle nuove estati così torride faticava davvero ad adattarsi.
«Dunque» riprese la nonna, mettendosi comoda, «avevamo lasciato il nostro grano verde a maggio. Era alto, ma non ancora forte. Risparmiato dal vento e dalle piogge violente grazie alle nostre croci di canne, ci mise pochi giorni a cambiare. Una bella spiga prese il via: prima ne spuntò una qua, poi una là, e all'improvviso... boom! Il campo intero si riempì, come se le spighe fossero esplose tutte insieme».
Eugenio ascoltava immobile, immaginando quel mare verde che si trasformava.
«In quel periodo» continuò la nonna con gli occhi lucidi, «il gambo della spiga diventava dolce dolce, tenero tenero. Noi bambini passavamo lungo i bordi del campo, ne sfilavamo una — magari qualcuna di quelle più deboli o piegate, che si capiva che non ce l’avrebbero fatta a venire avanti — e la succhiavamo. Aveva un sapore dolcissimo!»
Succhiano i bambini il gambo del grano fresco, maschio e femmina in un campo di spighe ancora verde

«Ma dai, nonna! Ma era igienico succhiarla senza prima averla lavata bene?» saltò su Eugenio, sgranando gli occhi.
«Mica c’erano tutte le schifezze chimiche che i contadini danno alle colture oggi giorno! Allora le piantine prendevano le sostanze solo dalla terra pulita e dall’acqua del cielo. Le erbacce, se invadevano i campi, si toglievano rigorosamente a mano. E ce ne era una che era la vera, acerrima nemica del grano... una brutta bestia. Fammi pensare come si chiamava... ah, sì: la gramigna! Funzionava proprio come l'armata sotterranea di quei mostri dei tuoi videogiochi: più la tagliavi in superficie, più lei allungava i suoi tentacoli bianchi sotto terra per ricrescere. Cercava di rubare tutto il nutrimento della terra alle spighe appena nate, le voleva soffocare nel buio. Ma allora arrivava lo zio Siro, chiamava a raccolta qualche amico e, con una pazienza infinita e tanta, tanta forza, si mettevano a fare i difensori della fortezza: a mani nude cercavano di tirarla via dalle radici. Ma quella, dura e coriacea, spesso si spezzava e tornava. Per questo lo zio doveva rivoltare la terra in profondità con i buoi alla fine di ogni raccolto e aspettare che le radici rimaste perdessero forza al sole, così da avere meno battaglie da combattere l’anno dopo».«Mamma mia, quanta fatica!» esclamò Eugenio.
contadini estirpano la gramigna a mani nude dal grano


«E mica è finita! I poveri contadini diventavano dei veri e propri guardiani» continuò la nonna. «Passavano più volte al giorno a controllare che non arrivasse il più temuto dei nemici del grano. Era infido, subdolo, sembrava comparire dal nulla. Avvolgeva le piantine del grano e, anche se sembrava innocuo, era fatto di filamenti colorati gialli, arancioni e rossicci. Si attorcigliava stretto e succhiava tutta la linfa vitale. Se lo trovavi, dovevi estirpare immediatamente le piantine colpite e anche tutte quelle vicine, per la paura che si prendesse l'intero campo! Lo chiamavano erba del diavolo, o capelli del diavolo, per un ottimo motivo. Il suo nome vero è cuscuta, ma quel soprannome rendeva molto meglio l'idea di quanto fosse spietato».
Una mano estirpa il grano avvolto dai capelli del diavolo e le piante vicino

«Miseria, nonna! Sembra proprio di stare dentro a un mio videogioco!» disse Eugenio, con gli occhi sgranati. «Allora il contadino diventava anche il Guardiano del Tempio! Era un lavoro immane, molto peggio che nei giochi sul telefono... rischiava il Game Over ogni singolo giorno!»
Nonna Gisa pensò tra sé che lei di videogiochi non ne capiva proprio nulla, ma una cosa la sapeva spiegare bene: nei giochi di Eugenio, se si perdeva la partita, bastava premere un pulsante e ricominciare da capo; per il contadino, invece, la perdita del raccolto significava la fame vera, e a volte persino perdere la casa. Per questo l'uomo diventava un tutt'uno con la sua terra, unendo alla fede un controllo continuo, giorno e notte.
«E chi ci aveva mai pensato...» sussurrò Eugenio, colpito. «Io pensavo che papà, facendo l'idraulico, facesse un lavoraccio... ma quello del contadino è molto, molto peggio!»
«Certo» approvò la nonna. «Oggi con i prodotti chimici e i veleni hanno risolto i problemi della gramigna e dei capelli del diavolo, ma non abbiamo più cibi buoni e sani come ai miei tempi. Ogni epoca, purtroppo, paga il prezzo del tempo in cui si vive. Ma se non vogliamo fare notte... sorvoliamo sui tormenti e passiamo al punto in cui il contadino vinceva la sua battaglia!»
«Fantastico! Siamo arrivati all'ultimo livello!» si entusiasmò Eugenio.
«Il giorno in cui ti svegli e il campo che ieri era verde lo trovi interamente color d'oro... oro ovunque guardi, puntinato dal rosso acceso dei papaveri e dall'azzurro pervinca dei fiordalisi fin dove arriva lo sguardo, tu sai che è finalmente giunto il periodo d'oro del contadino. Il premio! Era il momento di un nuovo grande sforzo sotto il sole cocente, perché allora, con trenta gradi, si sudava esattamente come oggi con i nostri quaranta, anche se l'aria era piena di ossigeno e non c'era quell'afa liquida che ti toglie il respiro adesso».
«E qual era il premio, nonna?»
«Il premio era l'arrivo di una grossa macchina fiammante, fissa sull'aia, legata dietro a uno dei primi trattori del paese. Faceva tutto lei! Aveva una lunghissima e larghissima cinghia di cuoio che la collegava al trattore e, quando si metteva in moto, faceva un rumore infernale, un battito continuo... ma per le orecchie di mio zio Siro quel baccano era la melodia più dolce del mondo. Inghiottiva i covoni, separava il grano dallo stelo e sgranava le spighe. Tutto intorno c'era un rumore assordante e un polverone così fitto da sembrare nebbia d'oro».
Eugenio pendeva dalle sue labbra, immaginando la scena.
«Il bello» sorrise la nonna, ricordando, «è che si trebbiava tutti insieme. Ci si aiutava tra vicini e ogni giornata finiva con una grande festa sull'aia. Tra i canti, c'era sempre qualcuno che sapeva suonare la fisarmonica. Le donne ballavano, dopo aver passato tutto il giorno a cucinare pentoloni di picchiarelli e a servire da bere agli uomini. Ci si muoveva felici tra i cumuli di polvere e la pula del grano: c'erano fatica e sudore per tutti, ma eravamo grati alla vita. Si danzava mentre gli uomini più forti portavano i sacchi di iuta pieni di grano al sicuro nei magazzini».
Donne ballano, uomo su panchina suona la fisarmonica, uomini forti portano i sacchi del grano al sicuro la trebbiatrice va in una grande polvere


La nonna si alzò in piedi. Eugenio pensò che fosse finalmente arrivato il momento di gustarsi quel bel cocomero fresco messo a bagno nell'acqua del pozzo, perché a forza di ascoltare gli si era seccata la gola. Chissà come faceva la nonna a raccontare così a lungo senza stancarsi!
Invece, nonna Gisa tornò tenendo qualcosa tra le dita. «Sei stato fortunato, Eugenio» disse. «La mia amica Alfonsina ha ricevuto in dono un mazzetto di spighe come simbolo di abbondanza da sua cugina, e me ne ha regalata una quando ha saputo che ti stavo raccontando questa storia».
«Guarda, Eugenio: questo è il frutto di quell’unico, piccolo seme che tenevo in pugno» disse la nonna, mostrandogli la spiga dorata. «Ecco perché dà la vita. Ogni singolo seme ne produce moltissimi altri. Contiamoli insieme».
«Ma, nonna, davvero posso aprire la spiga?»
«Certo! La mia amica Alfonsina me l’ha regalata apposta. Ma prima sentila tra le dita: toccala, annusala. È un dono raro al giorno d'oggi poterlo fare».
Eugenio la prese tra le mani con delicatezza: «È ruvida, nonna... Cosa sono questi fili così duri in cima?»
«In italiano si chiamano reste, anche se noi le chiamavamo semplicemente barbe» spiegò la nonna. «Sono come delle lance messe a protezione del chicco: impediscono agli uccelli di beccarlo facilmente e lo riparano dal vento forte. Sì, sono proprio lance a difesa del bene più prezioso».
Insieme iniziarono ad aprire la spiga. Fu un’operazione un po’ lunga e minuziosa, chicco dopo chicco, ma alla fine Eugenio gridò sgranando gli occhi: «Trenta, nonna! Un solo seme ha regalato al contadino trenta semini!»
«E pensa» aggiunse la nonna, «che a seconda dei terreni e della varietà di grano, una spiga ne può contenere anche cinquanta! Quale altra ricchezza al mondo si moltiplica così tanto? Una volta tolto il guscio — che diventa cibo per gli animali — quel grano ti fa mangiare il pane di ogni tipo, la pasta, i picchiarelli, le merendine...»
«E la pizza, nonna! Ti dimentichi la pizza!» la interruppe Eugenio.

Nonna e nipote sotto al pergolato aprono una spiga di grano per contare i chicchi

«Non dimentico niente, amore mio. Perché io so bene che, se ho fame, non posso mica mangiarmi il parafango di una macchina di lusso. So che una casa piccola e umile come la mia protegge dal freddo esattamente come una villa enorme. E so che, se versi fatica e sudore, la terra si prenderà sempre cura di te donandoti il cibo. In cambio, però, vuole rispetto. Ecco perché oggi a nessuno piace più lavorare la terra, nonostante tutte le comodità dei computer e dei trattori moderni. Il contadino non può abbandonare il campo: ne è il guardiano. Non conosce ferie, non conosce vacanze. Appartiene alla terra che gli dà la vita, ma la terra pretende in cambio la vita del contadino, ogni giorno e a ogni ora, perché i pericoli per il raccolto sono sempre in agguato. Oggi le cose sono migliorate per un verso e peggiorate per un altro, ma vivere su questa terra resta bellissimo... anche se richiede sempre un prezzo, se decidi di prenderti cura di lei».
La nonna fece una piccola pausa e guardò il nipote dritto negli occhi: «Capisci adesso perché lavorare la terra è un’arte? Un’arte assoluta che nessuno considera, finché non ha veramente fame».
Detto questo, prese il grande coltello e aprì a metà il grosso cocomero bagnato con l'acqua del pozzo, ricavandone con sapienza tante fette rosse tutte uguali. «A proposito» sorrise, «anche i cocomeri sono il frutto dell’arte contadina. E ti dirò... oggi con questo caldo lo apprezzo davvero molto!»
Eugenio e nonna Gisa si misero seduti vicini vicini sulla panchina di legno. Affondavano il viso nelle grandi fette rosse, dolci e succose. All'improvviso alla nonna venne un’idea simpatica: «Facciamo come si faceva da bambini? Chi sputa il seme di cocomero più lontano ha diritto a mangiarne un’altra fetta!»
Quando il vecchio e il nuovo si incontrano in un abbraccio, nasce il futuro. Da quel giorno, Eugenio non vedrà mai più un pezzo di pane o una merendina come un comune cibo confezionato: ci vedrà sempre dentro la fatica, la pazienza e il sudore di qualcuno. E imparerà a rispettare il lavoro di ognuno, perché sono tutti i lavori insieme, rispettati e custoditi, a creare il vero futuro dell'uomo.

"Datemi 4 parole e vi racconterò un'altra storia!|
Nonna e nipote su una panchina sotto al puzzolente mangiano il cocomero e fanno a gara chi sputa il seme più lontano

"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"

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