Eugenio e il segreto del chicco
Parte prima: il mistero in un pugno
«Nonna, domani vado in gita con la scuola!» gridò Eugenio tutto eccitato, scendendo dalla bici con la frenata all’americana, come la chiamava lui: frenata secca, talloni a terra e sgommata a destra. «Andiamo a vedere un museo dell'arte contadina! Ma fare il contadino, secondo te, è un‘arte come fare il pittore o il musicista?»
Nonna Adalgisa, detta da tutti Gisa per praticità, tirò fuori la sedia di plastica da sotto al tavolo del porticato e guardò il nipote: «Se hai una ventina di anni a disposizione, ti spiego perché fare il contadino non è un’arte... ma è l’arte assoluta».
«Beh, nonna, vent'anni non ce li ho per ascoltarti!» ridacchiò Eugenio. «Il corso di chitarra inizia fra un’oretta e adesso sono curioso di capire. Io pensavo che suonare la chitarra fosse arte, o ballare... ma, nonna, scusa, zappare la terra non mi sembra molto artistico».
«A parte il fatto che quasi nessuno zappa più la terra, se non chi ha un piccolo orto e lo cura per passione...» rispose la nonna. «Ma dimmi una cosa, così per curiosità: cosa hai mangiato a pranzo?»
«Rigatoni con il sugo di pomodoro e basilico».
«E con cosa sono fatti i rigatoni?»
«Sono una pasta!» rispose Eugenio, ovvio.
«Sì, ma fatta con cosa?» incalzò la nonna.
«Non lo so... noi la compriamo pronta al supermercato, non ci ho mai pensato veramente».
«Non hai mai letto gli ingredienti dietro alla busta mentre sei in fila alla cassa?»
«Veramente no, non mi interessa. Arriviamo a casa, si cuoce, si mangia e fine della storia! Al massimo sento la mamma che si mette a gridare: "Con cosa vi condisco la pasta?". Ma il resto no, mai preso in considerazione. Nonna, ma con cosa è fatta la pasta? Adesso sono curioso».
La nonna si alzò in piedi senza rispondere. Entrò in casa e andò a prendere qualcosa. Quando ritornò sotto il porticato, teneva la mano destra ben stretta a pugno. Si risedette, guardò il nipote e gli mostrò le dita chiuse: «Qui dentro c’è la ricchezza più grande per tutti noi. Quella senza la quale la fame la farebbe da padrona».
Eugenio aggrottò le sopracciglia, guardando quella mano misteriosa: «Scusa nonna, non capisco. Se io ho fame prendo una merendina o apro il frigorifero, ci sono tante cose buone da mangiare! Non capisco perché nel tuo pugno ci sia la ricchezza più grande... Che cosa sei andata a prendere?»
La nonna voleva portarlo a capire senza svelare subito il mistero del suo pugno.
«Torniamo a quando hai fame» disse la nonna. «Prendi una merendina... ma con cosa è fatta?»
«Questo lo so!» rispose Eugenio fiero. «Lo dicono sempre nelle pubblicità: è fatta di morbido pan di Spagna!»
«E con cosa si fa il pan di Spagna, nipote mio?»
«Oh... ecco... io, veramente... eh, non lo so, nonna! Se lo chiamano pan di Spagna lo faranno in Spagna, che ne so io che sono italiano!»
La nonna trattenne a stento un sorriso che proprio non voleva saperne di restare nascosto. «Va bene» disse, «andiamo oltre per farti capire. Se prendi dal frigorifero il tuo salame preferito, dove lo metti?»
«Nel panino! O nel pane bianco».
«E il pane con cosa è fatto?»
«Oh, nonna, scusa, ma questa è un’interrogazione di scuola!» sbuffò Eugenio, che in quel momento si sentiva esattamente come in classe quando non aveva studiato.
«Ti avevo detto che servivano una ventina di anni per raccontarti l’arte del contadino» spiegò la nonna con dolcezza. «Tu lo hai catalogato come un semplice zappatore di terra, ed è giusto: tutto nasce dal bene assoluto, la terra. Quella su cui per millenni l’uomo ha zappato e sudato per veder spuntare il frutto dei suoi semini, per farli diventare cibo per sé e per gli animali, per sopravvivere o vivere a seconda dei territori e delle stagioni. Ma il mestiere del contadino è molto, molto di più. Per oggi il tempo corre veloce, quindi parliamo solo della ricchezza più grande, quella che fa del contadino un Artista con la A maiuscola. Così domani, quando andrai al museo, capirai tutto».
La nonna aprì lentamente il pugno. Quasi nascosto tra le pieghe della sua mano anziana, Eugenio lo vide: era un chicco piccolo, allungato, con un sottile segno bianco longitudinale.
«Posso prenderlo in mano, nonna?»
«Non farlo cadere, però» si raccomandò lei. «Anche perché quaggiù qualcuno gradirebbe molto». Con un cenno del capo indicò una fila di formichine indaffarate a raccogliere le briciole del pranzo sotto al pergolato.
«Nonna, ma ti burli di me oggi? Ti va di scherzare?» esclamò Eugenio deluso. «Come può essere la ricchezza più grande? È un seme, e pure piccolino! Io so che la ricchezza rende un uomo potente, gli fa comprare macchine, case enormi e tutto il resto. Tu mi dici che questa è la ricchezza più grande, ma io con questo chicco mica ci posso comprare una bella casa per te o per i miei genitori, e nemmeno una lussuosa e velocissima auto per me!»
«A parte il fatto che vendendo e comprando milioni di questi semi altri uomini si sono potuti permettere cose ben più grandi di case e auto...» rispose la nonna, «io ti parlavo della ricchezza vera che può produrre questo singolo seme. L’unico in grado di generare altra vita».
«In che senso, nonna, altra vita?»
«Lo capirai, nipote mio, alla fine della storia».
«Spiega, nonna, e in fretta! Non posso fare tardi al corso di chitarra. Il maestro si arrabbia con i ritardatari, dice che chi arriva tardi non capisce l’arte e poi non mi fa suonare, mi fa solo scrivere le note sul quaderno!»
La nonna sorrise. Aveva capito di aver messo troppa carne al fuoco per la testolina del nipote, abituato a mangiare il prodotto finale senza mai chiedersi come venisse fatto. «Ora ti spiego perché questo piccolo, semplice seme è la ricchezza più grande, ma per capirlo devi seguire il mio racconto».
Si mise più comoda sulla sedia di plastica. «Il contadino che zappa la terra appartiene al passato. Oggi ci sono i potenti trattori meccanici con tanto di computer a bordo. Quando io avevo la tua età, invece, mio zio Siro prendeva l’aratro, lo legava al giogo dei suoi buoi e insieme, dall’alba al tramonto, rigiravano la terra per prepararla ad accogliere il semino. La parte di sotto usciva fuori, quella di sopra andava sotto, e poi lui tornava a casa sfinito».
«E il giorno dopo piantava il seme?» chiese Eugenio, che cominciava ad andare davvero di fretta.
«No, il giorno dopo la terra appena rivoltata doveva prendere aria, sole, pioggia... insomma, tutto quello che Madre Natura mandava. Restava lì a riposare per qualche giorno. Poi, alle prime nebbie d’autunno, quando il sole non scotta più ma scalda ancora il terreno, lo zio prendeva di nuovo i buoi per la semina. Vedi, l'aratro lo devi spingere forte se vuoi che il solco sia dritto e profondo. Più il contadino spinge con le braccia, più la terra si apre. E lo zio sudava, beveva dal fiasco e sudava ancora, con qualunque temperatura. La terra raccoglieva quel sudore e se lo ricordava per quando avrebbe dovuto far crescere il frutto. E al tramonto, il contadino tornava a casa stremato».
«Meno male! Il giorno dopo mette il seme nella terra, vero nonna?»
«Macché!» rispose la nonna. «Eh no, anche il solco nuovo deve prendere aria, sole e pioggia. E a volte si aspetta che nascano le casselle, un’erba buonissima che cresceva spontanea sulle zolle di terra rigirate. Andava lessata, strizzata e ripassata in padella con olio e aglio, e poi messa dentro la pizza cotta sotto la brace del camino... insieme erano un incanto del creato! Peccato che oggi non si trovino più: con la scomparsa dello zappatore contadino, sono sparite anche quelle erbe».
«E poi, nonna? Quando mette il seme?»
«Quando la nebbia inizia a levarsi teneramente sulla terra calda, che sembra quasi una magia di prima mattina... ecco che lo zappatore contadino diventa seminatore».
«Mamma mia!» esclamò Eugenio. «Chicco per chicco... non finirà mai se il campo è grande!» pensò, mentre per lui il tempo scorreva veloce ed era quasi ora di andare a lezione di musica.
«Una volta» spiegò la nonna, «si prendeva una bisaccia a tracolla, la si riempiva di grano e lo si lanciava nei solchi a piene mani. Poi, con grande fatica, si passava con la zappa per ricoprire la terra e mettere al sicuro i semi. Io però questo non lo ricordo, perché negli anni '60, quando ero bambina, esistevano già dei macchinari speciali tirati dai buoi. C'era un grande cassone di legno che conteneva il grano, da cui scendevano dei tubicini fino a terra per far cadere il chicco nel solco. E se non ricordo male, c'erano come delle lamine in ferro, degli assolcatori, che creavano il nido perfetto in cui far cadere il seme e poi lo richiudevano subito dopo».
«Ma il contadino era seduto sopra al cassone, spero!»
«Eh no!» disse la nonna. «Lui camminava a terra, controllava come scendeva il grano e intanto guidava quei grandi buoi».
«Mamma mia, che fatica!» disse Eugenio, che ormai pendeva dalle sue labbra. «E poi, nonna, che cosa succede al seme dentro la terra?»
«A scuola, ai miei tempi, studiavamo sui sussidiari. Erano dei libroni unici che contenevano tutte le materie: matematica, scienze, geografia... E poi c’era il libro di lettura. Bellissimo! Per me era sacro. Era pieno di illustrazioni colorate e si parlava tanto del grano, c’erano racconti e filastrocche».
«Ne ricordi qualcuna a memoria, nonna?»
«No, amore mio» rispose la nonna con un filo di nostalgia. «Ricordo solo un antico proverbio che i contadini ripetevano sempre, come una preghiera, dopo aver finito di seminare»
«Quando il grano era sotto terra, da novembre a marzo, restava al sicuro protetto da quelle zolle e dal sudore del contadino» spiegò la nonna. «E se nevicava — e allora succedeva spesso, mica come adesso! — i contadini dicevano felici: "Sotto la neve il pane cresce, sotto la pioggia la fame". La neve faceva da scudo termico, come un piumone che proteggeva il seme dal gelo. La pioggia battente, invece, poteva far marcire tutto e rovinare il raccolto. E se il contadino non raccoglieva i frutti della terra, per tutta la famiglia era la fame vera».
«E poi come faceva a sapere quando svegliarsi, il semino?» chiese Eugenio, affascinato.
«Quando nei campi spuntavano le prime pratoline, quelle margheritine bianche così piccole che, crescendo una vicina all'altra, creavano enormi tappeti fioriti, il contadino capiva che l'inverno stava finendo. Ma non si faceva ingannare! Lo zappatore conosceva la natura e non si fidava nemmeno del grande albero di mandorlo, che aveva il vizio di riempirsi di fiori al primo sole caldo di metà gennaio. Finiva sempre che quel mandorlo non faceva frutti, perché il freddo tornava all'improvviso e gelava tutti i boccioli. Tanto che i vecchi dicevano: "La mandorla sciocca fiorisce quando fiocca". Questo proverbio insegnava che nel mondo contadino ogni cosa aveva il suo tempo: né un attimo prima, né un attimo dopo. Non esisteva la fretta».
«Nonna, questo lo dici tu che non esiste la fretta! Spiegalo al mio maestro di chitarra!» esclamò Eugenio saltando in piedi. «Oggi si corre, nonna! Senti, facciamo così: domani vado al museo, sto attentissimo e poi, quando torno, finiamo il racconto del semino di grano. Tanto, per ora, è ancora addormentato sotto la neve!»
Mentre ancora parlava, Eugenio era già fuori dal cancello, via veloce sulla sua bicicletta verso la lezione di musica.
Nonna Gisa lo guardò allontanarsi e, rimasta sola sotto il pergolato, fece una semplice assonanza di pensiero: chitarra, spaghetti alla chitarra, pasta fresca fatta in casa... Sorrise, guardando le formiche e stringendo ancora quel chicco. «Ecco, quando torna domani a pranzo gli preparo due picchiarelli, così continuerò a raccontargli la storia del seme della vita».
Datemi 4 parole e vi proseguo la storia del segreto del chicco!
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"







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