Eugenio e la scoperta dei picchiarelli
Seconda parte: All'ombra del puzzoloso
Eugenio arrivò con la sua bici in modalità "scheggia impazzita", il suo stile tipico di quando aveva da raccontare «cose grosse», come diceva lui. Fece una frenata all’inglese — con un solo piede a terra e un giro secco di bici a sinistra — fermandosi preciso preciso davanti al cancello della nonna!
«Nonna, ci sono andato! Nonna, ho visto cose grandi del tuo tempo! Nonna, nonna, ma dove sei?» urlò a squarciagola.
Abituato a vederla uscire al primo richiamo, Eugenio si preoccupò un momento, ma la voce della nonna lo rassicurò subito da lontano: «Sono di sotto! Attento ai cani che sono sciolti, ti sto preparando una sorpresa!»
I tre cani da caccia del nonno — Billy, Vienna e Zara — si alzarono decisi e festosi contro il cancello. Eugenio aprì piano: sapeva bene che lo avrebbero riempito di leccate e che gli avrebbero sporcato i vestiti con le zampe infangate, ma oggi chi se ne importava? Oggi non c’era il maestro di musica, oggi era libero! Aveva un’intera giornata da passare con nonna Gisa. Era un evento raro tra tutti i suoi impegni e i mille lavoretti della nonna che non stava mai con le mani in mano, anche se abitavano a soli cinque minuti di bicicletta l'uno dall'altra.
Il nonno aveva ricavato una piccola cucina essenziale da un vecchio magazzino. Dentro c'erano una madia, una credenza, un tavolo con il ripiano in marmo e un piccolo camino ad angolo. Lì dentro la nonna, d’estate, poteva cucinare senza riscaldare la casa principale, e poi di solito si mangiava tutti insieme a pranzo o a cena sotto il grande portico ricoperto di edera.
Eugenio spostò la zanzariera della porta e rimase a bocca aperta. Vedere la nonna che setacciava la farina, facendola scendere a pioggia sulla spianatoia di legno, aveva qualcosa di veramente magico. La mamma non setacciava mica la farina, la comprava già pronta al supermercato; la nonna, invece, la prendeva direttamente al mulino del paese e voleva essere super sicura che non ci fossero «corpi estranei», come amava ripetere lei.
«Siediti» disse nonna Gisa. «Sei arrivato prima del solito, ormai la sorpresa non te la posso più fare!»
«Oh, nonna, non potevo resistere! Ti dovevo assolutamente raccontare della visita al museo! Ho visto tantissime cose di cui non ricordo il nome, ma l’erpice antico c’era, e c’erano anche i gioghi dei buoi con l’anello di ferro! Nonna, allora non mi hai raccontato una favola... erano tutte storie vere del tuo tempo, vero?»
Nonna Gisa sorrise, continuando a muovere le mani: «Niente favole, Eugenio. Solo la storia di come si viveva prima della tecnologia. Ma l’arte contadina resta ancora l’arte con la A maiuscola».
La farina sul tavolo ora formava un cumulo alto che sembrava un piccolo vulcano. La nonna infilò la mano proprio al centro e la allargò, fino a creare una fontana con un piccolo spiazzo aperto nel mezzo.
«Eugenio, che sbadata!» esclamò a un tratto la nonna. «Visto il tempo che fa oggi, ci voglio mettere un uovo nell’impasto. Ho paura che l’umidità mi renda i picchiarelli troppo morbidi e che poi si taglino male. Mi vai a prendere un uovo fresco dalle galline? E già che ci sei, stai attento al gallo Pepitone! Becca come un dannato ultimamente». Pepitone si chiamava così perché andava matto per tutto ciò che somigliava a una grossa pepita, altrimenti non degnava nessuno di uno sguardo.
Eugenio adorava raccogliere le uova nello "stalletto", come lo chiamava la nonna. Era un piccolo pollaio un po’ fuori casa, protetto da una fitta rete metallica per evitare che le faine venissero di notte a rubare le galline — ma questa, si sa, è un’altra storia.
L’odore dello stalletto non era certo dei migliori e bisognava fare lo slalom tra gli escrementi per non sporcarsi le scarpe. Le galline, però, avevano fatto proprio un buon dovere: sei galline, sei uova di giornata! Proprio mentre Eugenio le sistemava con cura nel cestino, il gallo Pepitone saltò fuori dal nulla. Miseria nera, che paura! Il gallo aveva stampato in faccia l'effetto: «Questa è roba mia! Le galline sono mie e pure le uova, tu che vuoi?». Il messaggio era chiarissimo: petto gonfio in fuori, testa all'indietro e barbigli rossi sotto la gola che tremavano per la rabbia. Poi mandò un sonoro, ma proprio sonoro, «Chicchirichiiiiiii!», con tantissime "i" finali, giusto per sottolineare cosa pensasse di quel furto.
Eugenio non si mise certo a discutere con il gallo, avrebbe vinto lui. Se la diede a gambe levate con il cestino in mano e raggiunse la nonna al sicuro, non prima di aver chiuso benissimo il cancelletto dello stalletto: perché se Pepitone riusciva a uscire, per Eugenio erano problemi grossi!
«Un solo uovo... lo rompi tu, Eugenio?» chiese la nonna. «Io ho le mani tutte infarinate».
«Non sono capace, nonna!» rispose Eugenio, facendo un passo indietro. «Ma non lo laviamo? La mamma lava sempre le uova che compriamo al supermercato».
«Tranquillo, Eugenio. Le mie galline mangiano il granturco che coltiva il nonno per loro e qualche vermetto quando lo trovano in giro. Sono sane e sicure».
Le mani della nonna, che sapevano esattamente quello che stavano facendo, ruppero l’uovo perfetto al centro della fontana di farina. Con una forchetta lo frullò per bene, aggiunse un pizzico di sale e diede a Eugenio un compito importantissimo: versare l’acqua a filo, un goccino alla volta, man mano che l’impasto prendeva forma.
«Nonna, scusa... ma non metti i guanti di plastica come fanno i cuochi in tv? Lo fai a mani nude? È igienico?» chiese il nipote, guardandola incuriosito.
«Le mie mani le ho lavate benissimo con acqua e sapone, ma non quello profumato del negozio... quello che faccio io alla vecchia maniera!» (anche questa, si sa, sarà un'altra storia). «Se impastassi con i guanti di plastica, non potrei mica metterci l’ingrediente segreto!» spiegò la nonna, mentre sollevava l’impasto con le dita tutte appiccicate tra loro che sembravano quasi le zampe palmate di un’anatra.
«Un ingrediente segreto davvero? E quale sarebbe? Voglio proprio vedere quando lo metti!»
«L’ho già messo» sorrise la nonna. «È l’energia che trasmetto all’impasto per trasformarlo in una bella palla liscia da spianare e tagliare. Un’energia fatta di amore e di gratitudine. Gratitudine prima di tutto perché posso ancora farlo nonostante la fatica, e poi perché questo pranzo è un regalo d'amore per te. Per questo i picchiarelli vengono più buoni! Io devo sentire gli ingredienti vivi tra le dita e trasmettere la mia energia senza nessuna plastica di mezzo».
A forza di girare e spingere, quel vulcano di farina si trasformò finalmente in una palla di pasta soda e compatta.
«E adesso, nonna? Come li facciamo i picchiarelli?»
«Adesso passami un pugno di farina che mi pulisco le mani».
«Come... ti pulisci le mani con la farina? Non le lavi sotto il rubinetto?»
«Prima devo togliere tutta la pasta rimasta tra le dita. La farina asciutta assorbe l'umidità e la porta via, vedi? Solo dopo posso andare a lavarle con l'acqua».
Nonna Gisa prese un canovaccio di cotone pulito e coprì la palla di pasta: «Niente picchiarelli, per ora. La pasta deve riposare un po' per diventare elastica. Nel frattempo noi andiamo a sederci al fresco sotto il grande albero Puzzoloso, così riprendo la storia di ieri».
Quel grande albero quasi stonava accanto alla casetta piccola a un solo piano. Era nato tantissimi anni prima come un semplice cespuglio selvatico, proprio vicino alla catasta della legna per l’inverno. Nessuno lo aveva curato o aiutato a crescere, ma aveva fatto tutto da solo e, in pochi anni, ...il cespuglio era diventato un magnifico, enorme albero: imponente, regale, bellissimo.
«Ma davvero si chiama Puzzolente?» domandò Eugenio, perplesso.
«Ma no!» ridacchiò la nonna. «Qui da noi siamo gente pratica. Se le tue foglie, quando sono scaldate dal sole o se vengono spezzate, emanano un odore così forte e pungente, puoi anche essere l’Albero del Paradiso... ma per tutti sarai semplicemente il Puzzolente! In realtà l’albero è un Ailanto, ma questo nome vero l’ho scoperto solo da grande. Per noi è sempre stato il Puzzolente».
Nonna e nipote si sedettero finalmente all’ombra. Eugenio la guardò con l'aria di chi la sa lunga e disse serio: «Ora che sono stato al museo, nonna, sono preparatissimo! Puoi tornare a raccontare: posso seguirti benissimo con tutto quello che adesso so sul mondo contadino».
La nonna sorrise tra sé. Sapeva bene che ci vogliono anni interi per raccontare e capire davvero la vita del contadino, ma preferì lasciare al nipote la fiera certezza di sapere tutto. «Però una piccola chicca me la voglio proprio godere» pensò la nonna, divertita, «voglio proprio vedere come se la cava l'uomo che, con due ore di museo, pensa di conoscere ogni segreto!»
Nonna Gisa, da buona cantastorie, conosceva tutti i trucchi per catturare l’attenzione. Appena si furono accomodati sotto il grande Ailanto — che quel giorno, per fortuna, non puzzava per niente — chiese a bruciapelo al nipote: «Al museo c’erano anche le croci di canne con le foglie di giglio e i rametti di ulivo benedetto?»
Eugenio ebbe un attimo di totale indecisione. «Croci di canne? Non mi pare, nonna... Ma scusa, perché mai dovevano essere al museo dell’arte contadina? Mica eravamo in una chiesa!»
Il tranello della cantastorie aveva funzionato alla perfezione: adesso aveva tutta l’attenzione del nipote.
«Ricordi il nostro semino di grano che era rimasto protetto sotto la coperta di neve?» riprese la nonna. «Ecco, in primavera ormai è cresciuto, è alto, ma è ancora tenero e debole. Basterebbe una brutta grandinata, una violenta pioggia o un forte colpo di vento a piegarlo a terra. Se si piega, il grano non è più in grado di rialzarsi. Tutto il lavoro del contadino andrebbe perso... e sarebbe la fame vera».
«Oh, mamma mia!» esclamò Eugenio, immedesimandosi. «Tutte quelle fatiche a rigirare la terra, a guidare i buoi... No, che sciagura! Poveri contadini! E allora, in tutto questo, che c’entrano le croci?»
«Dimmi una cosa: tu lo puoi fermare un temporale mentre sei sulla tua bici e stai tornando a casa?»
«No che non posso! O me la prendo tutta la pioggia, o mi devo riparare di corsa da qualche parte. Ma mai sotto un albero, papà dice sempre che attirano i fulmini!»
«Bravo!» approvò nonna Gisa. «Vedi, anche per il contadino è così. Lui non può fermare la forza di Madre Natura. E allora, non potendo fare nulla con le sue mani, si affida al cielo e pianta quelle piccole croci come protezione».
«Non capisco, nonna... Come può una croce di canne proteggere dalla pioggia e dal vento?»
«Con la fede, Eugenio» rispose la nonna con un filo di voce.
«E cos’è la fede?» chiese lui, accalorandosi in quella discussione su argomenti che non conosceva, ma che adesso lo incuriosivano da morire.
«Ora te lo spiego, raccontandoti come si costruiva quella croce» disse la nonna, mettendosi più comoda. «Mio zio Siro andava fino alle sorgenti del Salterone, un luogo bellissimo... ma di questo ti parlerò un'altra volta. Lì, dove il ruscello incontrava una piccola cascatella, nascevano le canne: lunghi bastoni nodosi e duri, ma non così tanto da non poter essere tagliati dal roncio. Il roncio era una specie di lama ricurva, affilatissima e resistente, che serviva per intaccare il legno o potare i rami. Allora non mancava mai nelle tasche di un contadino, era sempre a portata di mano».
«L’ho visto, nonna! L’ho visto al museo!» saltò su Eugenio. «La maestra ha detto che in italiano si chiama roncola!»
«Ecco, bravissimo nipote mio!» esclamò la nonna sollevata. «Non mi veniva proprio il termine in italiano, a forza di pensarlo e chiamarlo sempre con il nostro dialetto, il roncio».
Sorrise e riprese il filo: «Lo zio ne prendeva qualcuna con i piedi a bagno nell'acqua fresca, poi tornava a casa, le ripuliva e le lasciava asciugare per qualche giorno».
«Oh, nonna, ma com'è possibile che niente avvenisse subito? Perché per ogni singola azione serviva sempre così tanto tempo?» sbuffò Eugenio.
«Perché il contadino, dopo millenni di storia, ha un calendario tutto suo che viene dettato dall’esperienza. E sa per esperienza che ogni cosa ha il suo tempo. Ma non credere che nell'attesa stesse lì a girarsi i pollici: mentre aspettava che una cosa fosse pronta, lui ne faceva altre cento, mica stava con le mani in mano!»
All'improvviso, l'esclamazione e il salto in alto della nonna dalla panchina sotto l'albero furono un tutt'uno: «Misericordia! La pasta! Mi sono scordata che la pasta va spianata subito!»
Nonna e nipote si precipitarono dentro la piccola cucina a stendere l'impasto dei picchiarelli. La nonna spingeva con i palmi sulla spianatoia, trasformando la farina e l'acqua in un panetto liscio e profumato. «Eugenio, prendi il mattarello e passaci sopra un po' di farina!» ordinò la nonna mentre stendeva con energia: avanti, indietro, avvolgimento sul legno, srotolata e ancora avanti e indietro, finché la sfoglia non fu spessa esattamente mezzo centimetro.
«Salva! L’abbiamo salvata giusto in tempo» sospirò la nonna, mentre copriva quel grosso e perfetto cerchio di pasta con una tovaglia di cotone pulita.
Tornati finalmente a sedersi al fresco sotto il grande Ailanto, la nonna riprese il racconto sulla costruzione della croce.
«Dunque, eravamo rimasti allo zio Siro. Prendeva una canna lunga e robusta e faceva con la roncola un taglio netto in diagonale sulla base, per farla entrare meglio nella terra. Poi ne tagliava una seconda più corta. Legava la canna corta a quella lunga a forma di croce, usando uno spago resistente per bloccare le due canne. Poi, intorno al punto di incrocio, legava le foglie del giglio di San Luigi, qualche rametto di ulivo benedetto conservato dalla Pasqua e, infine, un pezzetto della candela presa in chiesa alla festa della Candelora. Candelora significa luce, rinascita. Se il campo di grano era grande, lo zio ne preparava alcune: meglio andare sul sicuro e proteggere tutto il terreno».
«Ma la fede, nonna? Scusa, cosa c’entra in tutto questo?»
«La fede sta nel fatto che, mentre il contadino costruisce quella croce con le sue mani, prega il cielo affinché accetti la sua offerta» rispose la nonna con voce dolce e ferma. «Prega che protegga il campo dalle intemperie che a maggio sono ancora in agguato. E ci crede così tanto, mette così tanta forza in quella preghiera, che di solito ai campi non succedeva mai niente di brutto. La fede, Eugenio, è credere con tutto il cuore in qualcosa che non puoi vedere, ma di cui sei certo che ti proteggerà».
Eugenio rimase un momento in silenzio a riflettere, guardando le foglie dell'Ailanto. Poi si riscosse: «Nonna, ma al nostro chicco cosa succede adesso che l’abbiamo salvato dalle tempeste di maggio? Come fa a diventare una fonte di ricchezza? Per ora, nel tuo racconto, è ancora soltanto un filo d'erba verde...»
«Mi piace questa domanda!» sorrise la nonna, alzandosi dalla panchina. «Ma adesso dobbiamo rientrare: dobbiamo arrotolare la sfoglia, tagliarla a strisce e mettere a cuocere la polpa fine di pomodoro fresco che ho già preparato. Ci aggiungiamo un filo d'olio, il prezzemolo, l'aglio e lasciamo bollire tutto sul fuoco. Intanto mettiamo su anche l'acqua per la pasta. Mentre i picchiarelli tagliati si asciugano sulla spianatoia, noi cuciniamo, pranziamo e io ti racconto l'ultima parte della storia del semino».
Eugenio guardò l'orologio sul polso, ma la nonna lo anticipò con un'occhiata severa e affettuosa: «Niente fretta, Eugenio. La fretta è una brutta bestia: ti corre dietro e non ti fa godere niente della tua vita» disse, mentre dava fuoco ai piccoli legni nel camino ad angolo per far bollire l'acqua.
In poco o più tempo si arriva sempre alla metà ma se vai piano assopori ogni sapore e odore del momento diceva mia nonna!
Datemi 4 parole e vi finisco la storia!
"La storia e' creata dalla mente dell'autrice, le immagini create con IA"







Commenti
Posta un commento