Ludovico e la gara del pensiero
«Mai una volta che si trovi la chiave del magazzino!» disse nonno Osvaldo alla moglie. «Dai, non è possibile! Le ho messe sul tavolo questa mattina e ora... dove le hai messe, Luisa? Ascoltami, dove le hai messe? Devo uscire con Alberto, abbiamo da finire di sistemare il terreno dietro al pioppeto, quello che va arato a fine stagione, ma ho bisogno delle chiavi del magazzino!»
Luisa era una donna timida, attenta a tutto e a tutti, sempre molto pacata. Sapeva bene che Osvaldo aveva il brutto vizio di perdere le cose per poi arrabbiarsi, convinto che le avesse spostate lei.
"Dunque," pensò Luisa, "facciamo un elenco di dove ha cacciato le chiavi ultimamente e che poi ho ritrovato per caso IO, non certo lui..."
L'elenco era preciso: sotto il vaso della frutta – e intendeva proprio sotto la frutta –, dietro alla grande foto di famiglia – e meno male che la spolverava spesso! –, o persino nel cassetto del frigorifero dove tenevano le bibite, tanto per dire...
«Nonna, ma il nonno è malato?» chiese Ludovico.
«Ma no!» rispose la nonna. «Ci sta con la testa, e pure con il resto! È solo che vorrei tanto sapere a cosa pensa. Pensa sempre a mille cose e alla fine dimentica tutto il resto... Pagherei per sapere davvero cosa gli passa per la mente.»
«Sarebbe bello, nonna, inventare una macchina che legga i pensieri dei nonni!» esclamò Ludovico. «Sai quante cose strane ci si troverebbero?»
«Strane in che senso?» chiese la nonna, incuriosita.
«Beh, penso che se un nonno ha vissuto tanto tempo, abbia dei pensieri completamente diversi dai miei.»
«Bravo, concordo con te!» sorrise lei. «Allora possiamo fare un gioco: prendiamo una parola uguale per entrambi e vediamo che pensiero ci viene in mente.»
«Mi piace, nonna, che grande idea! E io che pensavo di annoiarmi... Prendo carta e penna e vengo subito! Questo è molto meglio che giocare a nomi, cose, animali e città come al solito!»
Il nonno entrò che sembrava un toro nell’arena, tanto sbuffava. «Non si trovano, non si trovano! E Alberto mi aspetta! Dobbiamo raccogliere le ultime spighe e cominciare a passare l'erpice, ma l'erpice è nel magazzino e le chiavi non si trovano!» E uscì a razzo, come se all'improvviso avesse capito dove poteva averle messe.
Nonna e nipote si guardarono: sul foglio avevano appena scritto la parola “spighe”.
«Uh!» disse Ludovico. «Facile, le ho viste nei campi! Vado e scrivo il mio pensiero giovane e vivace: le spighe sono il frutto del grano. Le ho viste spesso in TV, da quelle si ricava il chicco che crea la farina e poi io posso mangiarmi pane, pasta e merendine.»
La nonna pensò che era un vero peccato avere solo un foglio di carta; serviva almeno un bel quaderno per parlare delle spighe di grano.
“Bisognerebbe scrivere del loro colore dell'oro,” pensò tra sé, “degli immensi campi dorati della mia infanzia. Di quei tanti chicchi che ti si sgranellavano in mano, di cui sento ancora il sapore e l'odore. E poi le fatiche di arare la terra, seminare, curare tutto l'inverno... e pregare in primavera che il vento o la grandine non rovinassero tutto. Tenere lontani gli uccelli, la gioia e la fatica della trebbiatura, la paura dei miei genitori di morire di fame per un mancato raccolto, che per alcuni era una ricchezza enorme...”
Insomma, la nonna si riscosse e scrisse sul foglio: «La spiga di grano è la vita dell’uomo: racchiude, oltre ai suoi trenta o cinquanta semini, tutte le paure e le gioie di un contadino.»
Avete presente quel vento frizzantino che arriva deciso, fa volare le cose, ripulisce i cieli? Il grecale, quello che fa “fruuuuu-uh” e mette addosso una grande energia? Ecco, il nonno Osvaldo rientrò in casa più o meno allo stesso modo. Fece volare energicamente la scopa posata a lato della porta, con la relativa paletta. Il secchio dell’acqua si salvò, ma solo perché Ludovico fu velocissimo a placcarlo prima che si rovesciasse.
«Non trovo le chiavi, ora rompo il lucchetto!» urlò il nonno. «Fuori tira un gran vento di grecale...»
“Ce ne siamo accorti!” pensarono all'unisono nonna e nipote.
«...ho bisogno del mio cappello di lana quello bianco che mi hai fatto con i ferri o mi prenderà qualche malanno!» E, veloce come il vento, riuscì un'altra volta, come se avesse le idee chiarissime su dove potesse aver nascosto il cappello.
“Fruuuu-uh! Fruuuu-uh!” La porta sbatté con violenza, ma sul tavolo nonna e nipote avevano già le loro nuove parole pronte per il gioco.
«Lana, evvai! Ci ha dato la prossima parola! Si inizia con la gara dei pensieri!» esclamò Ludovico, che già rifletteva sul suo pensiero giovane. Scrisse di getto: «La lana è morbida, tiene caldo e si lava con l’apposito detersivo della pubblicità, anche se ora dicono che non è solo per la lana!»
La nonna, invece, tornò indietro nel tempo. “Le greggi,” pensò, “quante ne ho viste passare! Quanti manti ho visto togliere a suon di belati e sudore. Quante balle di lana ho visto svuotare e lavare alla fontana, per poi asciugarle al sole, cardarle, filarle e tingerle... Quanta fatica di uomini e donne nel tempo della mia fanciullezza! E come erano comodi i materassi e i guanciali, anche se che fatica sbatterli con il battipanni!”
Avrebbe potuto scrivere per ore, ma doveva essere sintetica. Così impugnò la penna: «La lana protegge, avvolge, fa respirare la pelle e cancella la fatica dell’uomo. Semplicemente, è la ricchezza di chi sa ancora trovare le cose vere.»
Avete presente un toro nell’arena spinto da un forte vento? Ecco, esattamente così rientrò il nonno Osvaldo, pieno di energia e con il cappello di lana ben piantato in testa.
Gridò a gran voce: «Ho trovato tutto! Cappello e chiavi!» Poi, però, aggiunse mesto mesto: «Ma avete visto Alberto? Me lo sono perso!» E, come suo solito, sparì a razzo, guidato da una nuova intuizione su dove potesse trovarsi l’oggetto smarrito... o meglio, l’amico!
Nonna e nipote si guardarono complici. «Meglio giocare con le parole!» dissero, e si scambiarono i foglietti.
Ludovico rimase un po' perplesso. «Nonna, ma non hai scritto i grandi pensieri di un grande vissuto... Hai scritto cose ovvie e semplici anche tu! Pensavo che i tuoi pensieri sarebbero stati molto, molto più complessi.»
«Oh,» rispose la nonna con un sorriso dolce, «non sono i pensieri che scrive l’anziano, ma quelli che non scrive a fare la differenza tra i tuoi e i miei.»
Si abbracciarono forte, proprio mentre il nonno Osvaldo rientrava tutto felice: «Si era addormentato in macchina! L’ho ritrovato, il mio amico Alberto! Senti, ma... avete idea di dove ho parcheggiato il trattore?»
Datemi 4 parole vi racconto un'altra storia!
"Storie create dalla mente dell'autrice, le immagini create con IA"
Commenti
Posta un commento