Luigino era un bambino timido e pauroso di tutto. Sembrava che ogni creatura vivente che si muovesse fosse per lui un problema insormontabile. Se vedeva un insetto, apriti cielo! Per lui era un mostro dell’apocalisse su un cavallo bianco. Se spuntava una lucertola, diventava un essere alieno sbarcato nella notte chissà da quale pianeta. La mamma e il papà non sapevano più cosa fare. Lo psicologo consigliava di attendere che crescesse, ma ogni giorno era una lotta: avevano messo le zanzariere a tutte le finestre, ma non si può mica vivere chiusi in una gabbia, né si può evitare di poggiare i piedi per terra solo per la paura di incontrare una formica!
Nonna Amelia, che viveva nella campagna dei Colli Martani tra gatti, galline, mucche e quant’altro, non temeva proprio niente. Un giorno ebbe un’idea: “Mandatemi Luigino per le vacanze. Proviamo a farlo stare per qualche giorno in un ambiente diverso, forse così gli togliamo la fobia del ‘tutto quel che si muove mi uccide’”.
I genitori non erano convinti. Erano ormai otto anni che lottavano contro ogni forma vivente che compariva all'improvviso, ma forse avevano protetto il bambino fin troppo da piccolo. Avevano così tanta paura che qualcosa lo pungesse da aver blindato la casa come un forte, pronti a spruzzare insetticida su ogni mobile se solo fosse entrata una farfalla. Alla fine, però, decisero di tentare.
Luigino arrivò una mattina, con uno zainetto in spalla e soprattutto uno sguardo smarrito. Sentiva di stare per entrare nel cuore del suo terrore, un mondo pieno di cose che volavano e strisciavano. “Non posso farcela”, si ripeteva tra sé e sé.
Ad accoglierlo arrivò Nonna Amelia, con un grosso cane che le saltellava accanto. Pluto era un cagnolone dalla vita vissuta, un incrocio di mille incroci in cui si era persa ogni identità di razza. Era un simpatico ed enorme ammasso di pelo marrone scuro che pesava un accidente. Quando si muoveva, nessun insetto osava avvicinarsi per il terrore di essere schiacciato; in più, Pluto aveva una coda che non stava mai ferma, un vero e proprio "effetto clava" che mosche e vespe evitavano volentieri per non rischiare il decollo. La nonna pensò subito che quel cagnone fosse lo scudo protettivo perfetto per il nipote.
Luigino, terrorizzato, non voleva proprio saperne di scendere dalla macchina. Ma la nonna usò l’antico e infallibile sistema delle nonne: aprì la portiera, si fiondò dentro l'abitacolo e lo riempì di baci. Davanti a quella nonna così affettuosa e persino un po’ appiccicosa, Luigino diede un rapido sguardo fuori. La porta di casa era a soli tre metri. Non c’era erba, ma solo un pavimento mattonato e i gradini in pietra. Non appena la nonna mollò un attimo la presa, il bambino scattò come Flash e Superman messi insieme e si fiondò dentro l'ingresso.
Ma ecco che, all'improvviso, un urlo di terrore da film horror – di quelli con i lampi e i tuoni – squarciò il silenzio. Tutti si precipitarono in cucina.
Luigino era immobile, con gli occhi sgranati. Appese al soffitto della cucina, proprio sopra la sua testa, pendevano delle lunghe strisce scure piene di insetti. Erano gli anni in cui in campagna le mosche si catturavano ancora così, con la carta moschicida.
La nonna, invece di spaventarsi, sorrise. Aprì un cassetto della credenza, tirò fuori una specie di piccolo tubetto che somigliava a un vecchio rullino fotografico e si avvicinò al bambino.
“Luigino, guarda qui. Questa è la tua arma segreta,” disse la nonna con tono misterioso. “Vedi? Gli insetti lassù sono intrappolati, li abbiamo catturati tutti con questa arma speciale. Ora si muovono ancora un pochino, è vero, ma più tardi il nonno stacca tutto, getta il nastro nel camino e loro scompariranno per sempre”.
Luigino smise di tremare. Guardò incuriosito quel piccolo rotolino di carta da cui usciva un filino di cotone e si chiese come potesse essere davvero la sua arma segreta.
La nonna gli sorrise e gli consigliò di aprirlo, ma dopo, ora in cucina non c'era l'ombra di un insetto e Luigino, finalmente rassicurato, si calmò. All'improvviso gli venne una gran fame.
“Buon segno!” sussurrò la madre alla nonna. “A casa, per la paura che qualche insetto si posi sul piatto, non mangia mai tranquillo.”
Nonna Amelia tirò fuori del buon pane fresco, preso al forno dal nonno quella mattina stessa, e cominciò a tagliare il prosciutto. Era un prosciutto intero, sistemato sul poggia-prosciutto, e la nonna usava un coltello lungo e dalla lama finissima.
“Ti piace il grasso, nipote, o anche tu lo sputi?” domandò la nonna senza interrompere il ritmo del coltello.
“Non lo so, nonna,” rispose Luigino candido. “La mamma mi compra solo salumi senza grasso.”
“Lo scopriremo presto,” disse la nonna, sfornando delle fettine sottili sottili, così perfette che il salumiere sotto casa non sarebbe stato capace di farle nemmeno con l’affettatrice elettrica.
Il padre e la madre si diedero un’occhiata d’intesa con la nonna, mentre Luigino mangiava di gusto quel prosciutto succulento e buonissimo, con il grasso bianco immacolato che testimoniava la perfetta stagionatura nella cantina di famiglia. La traduzione di quell'occhiata era semplice. “Possiamo andare via sereni?” chiedevano i genitori con gli occhi. E lo sguardo della nonna rispose sicuro: “Ma certo, andate sereni. È tutto sotto controllo.”
Luigino, intanto, continuava a guardare incerto il rotolino che aveva in mano. Non capiva come faceva quel pezzetto di carta a catturare le mosche.
“Apri,” lo incitò la nonna, “e mettici un dito.”
“Posso davvero, nonna?”
“Sì, poi con la canna lo appendiamo al soffitto e te ne do un altro da tenere in tasca, dovesse mai arrivare qualche insetto più tardi nella tua camera.”
Il bambino, ancora un po' incerto ma superato dalla curiosità, tirò il filo. Dal tubetto cominciò a uscire una lunga striscia scura.
“Toccala,” ripeté la nonna.
Luigino ubbidì, perché quando la curiosità batte la paura succedono cose straordinarie. Non appena sfiorò la carta, sgranò gli occhi per la sorpresa: “Ma nonna... appiccica il dito! Pensa le povere mosche, le zanzare e via dicendo... Ma bene, bene, benissimo! È un’arma segreta eccezionale!”
“E mica sono finite qui!” esclamò la nonna fiera. “In casa abbiamo altri alleati oltre alla carta moschicida.”
“E quali sono, nonna?” chiese Luigino, spalancando gli occhi.
“Polifemo e Rombo Tonante.”
“E chi sono?”
“I miei gatti! Polifemo si chiama così perché, appena vede un insetto avvicinarsi, comincia a soffiare forte come un ventilatore ben funzionante, e gli insetti scappano via come fulmini. Rombo Tonante, invece... beh, insomma, non so come dirtelo...”
“Dai nonna, dimmi il potere segreto di Rombo!”
“Russa! Russa così forte quando dorme – e ti assicuro che dorme sempre – che non si avvicina nessuno. Qualche volta fa tremare i muri e fa scappare persino noi!”
“E vai!” gridò Luigino entusiasta. “Vado a sistemare i vestiti! Nonna, mi porto la carta moschicida e Polifemo nella mia camera.”
“Guarda che Polifemo in realtà vive già lì. È la stanza più fresca d'estate e lui la adora.”
“Nonna... ma ci sono i ragni?” chiese il piccolo con un brivido improvviso.
“No,” tagliò corto la nonna. “E se anche ce ne fosse uno, mettiamo quattro strisce di carta ai quattro angoli del soffitto e del pavimento. Così sarai dentro una gabbia protetta perfetta.”
A quelle parole, il viso di Luigino si illuminò come un faro in una notte buia.
Al tramonto, l’aria sui Colli Martani era diventata dorata e quasi fresca rispetto alla calura del giorno. Luigino guardò fuori dalla finestra e chiese alla nonna: “Mettiamo il caso che io voglia uscire a giocare a pallone nell’aia... che armi segrete ho a disposizione all’aperto?”
La nonna capì al volo di aver trovato la chiave giusta per sconfiggere i mostri del nipote ed esclamò: “E che, volevi che tua nonna ti facesse venire qui senza prendere le dovute precauzioni? Dunque, passiamo in rassegna le armi, tipo per tipo.”
Si schiarì la voce e continuò: “Per gli insetti volanti puoi giocare vicino a Pluto: la sua coda scaccia tutto meglio di un ammazzamosche.” Poi, aprì un cassone e tirò fuori una palettina in plastica verde, consegnandola solennemente al nipote: “Questa è la tua arma personale. Infilala nella cinta dei pantaloncini. Se c'è un insetto in arrivo in volo: spataplumete! Tu colpisci forte. Se invece l'insetto è fermo sul tavolo: spatatumplete! Colpisci, schiacci, poi sbatti la paletta e pulisci.” Non preoccuparti per me ne ho sempre anch'io una con me!
“Cavolo...” pensò Luigino, ammirando quell'attrezzo. “Questa sì che è un’arma tremenda!”
E, visto che i suoi pantaloncini la cintura non ce l'avevano, infilò fiero la palettina direttamente nel passante elastico, pronto a difendere il suo regno.
“Per gli esseri striscianti, invece, nessuna paura!” continuò la nonna con un occhiolino. “Come vedrai, ci pensa Ernesto che mangia lesto! Lo chiamiamo così il fagiano del nonno. Lo abbiamo salvato nei campi quando era solo un pulcino e ha deciso di rimanere a vivere nell’aia insieme alle galline. Ogni tanto fa un volo per farsi un giro nei boschi ma torna sempre subito dopo.”
Luigino ascoltava a bocca aperta. “E per le lucertole, nonna?”
“Per lucertole e similari c’è la tribù all’aperto. La chiamo proprio così, la Grande Tribù! Sono cinque gattini nati nel fienile. Vivono fuori e giocano tutto il giorno qua intorno. Qualche volta si spingono nei campi, ma quando hanno fame corrono da me. Sono cacciatori incalliti, Luigino mio: non vediamo una lucertola qua intorno nemmeno a pagarla oro!”
“Ma se arriva qualcosa di più grande?” domandò il bambino, stringendosi nelle spalle. “Metti... un serpentello?”
“Beh, allora interviene la squadra da caccia segreta: le galline!” esclamò la nonna fiera. “Tu le vedi lì che sembrano dolci e tranquille, beccano vermetti, sassetti e quello che capita... Ma se arriva una serpetta, apriti cielo! Diventano armi da battaglia, veri magli di guerra. Beccano insieme finché la serpe o scappa a tutta velocità o finisce malissimo.”
“Mamma mia bella!” pensò Luigino, stupito. “E io che pensavo che le galline facessero solo le uova... Ho proprio molto da imparare in campagna!”
“Come vedi,” concluse la nonna, “hai un arsenale da combattimento invidiabile.”
Luigino, però, voleva essere sicuro della strategia. “Nonna, ma come faccio a utilizzarlo? Se li chiamo come fanno nei video dei supereroi, arrivano subito?”
“Oh, loro sono molto più evoluti dei supereroi!” rise la nonna. “Avanzano in ricognizione molto prima che tu ti svegli. Ernesto che mangia lesto si alza all'alba e ti toglie di mezzo ogni cosa che striscia... e che scorpacciate si fa! Poi escono le galline che finiscono il lavoro. E infine la Grande Tribù dei gattini controlla ogni anfratto, muro, albero e ovviamente i campi vicini. Fanno scappare qualsiasi cosa a quattro zampe, piccola o grande, ma anche a sei o a otto zampe.”
“Io, nonna, sono quasi tranquillo...” ammise Luigino, accarezzando la paletta verde infilata nei pantaloncini. “Ho questa per i volanti. Ma se uno strisciante riesce a sfuggire a tutti e mi si avvicina all'improvviso, io come mi salvo?”
A quel punto, dalla porta sul retro sbucò il nonno. “Ci ho pensato io, quando abbiamo saputo che venivi!” esclamò. “È un’arma micidiale. Va usata con molta, molta, moltissima attenzione. Non fa sopravvissuti: solo schiacciati e spiaccicati a terra!”
“Fenomenale, nonno!” gli occhi di Luigino brillarono. “La voglio! Dove l’avete messa?”
“Devi fare attenzione ad usarla, è davvero potente,” insistette il nonno, sorridendo sotto i suoi lunghi baffi (che in realtà non aveva, ma voi fate finta che li avesse, perché il suo sorriso era così grande che sembrava coprirgli tutta la faccia).
Il nonno portò la tremenda arma. L’aveva battezzata “Schiacciatutto-pure-le-dita”. Era un bastone tondo di legno su cui il nonno aveva avvitato una tavoletta spessa tre centimetri, con una base di dieci centimetri per dieci. Sopra ci aveva fissato una lamierina di ferro con ben cinque viti: una al centro e quattro ai lati. Così conciata, sembrava davvero un’arma di difesa seria e fantascientifica.
Il nonno la consegnò solennemente al nipote: “Ti basta sollevare e schiacciare, sollevare e schiacciare. Fa così: scrasch! Sollevi e schiacci: scrasch! Non si salva nessuno. Tu però sta' attento alle dita dei piedi, perché se ti colpisci da solo fa malissimo!”
Luigino afferrò il bastone, sentendosi invincibile.
“Ora, proprio come un cavaliere del Medioevo,” sentenziò la nonna, “hai le tue armi e sei protetto da fidi scudieri. Puoi andare a giocare a pallone nell'aia in totale sicurezza.”
Luigino, che sognava quel momento da una vita intera, corse fuori. Diede un gran calcio al pallone e cominciò a rincorrerlo felice nell’aia, mentre Ernesto il fagiano lo guardava attento e la coda-clava di Pluto oscillava felice come una bandiera.
La nonna prese il cellulare e si mise al fresco, proprio sotto la grande pianta di cachi che da sempre cresceva riparata sul lato del magazzino. I suoi frutti cominciavano appena a colorarsi di un timido arancione, annunciando la fine dell'estate.
Compose il numero e chiamò i genitori di Luigino. Tagliò corto, con lo stile tipico delle nonne che la sanno lunga e che parlano forte dall'esperienza di una vita intera. Disse solo poche parole:
“Missione compiuta. Segue video di Luigino che gioca a pallone!”
Riattaccò con un sorriso e registrò quel nipotino che correva felice, con la paletta verde infilata nei pantaloncini e lo Schiacciatutto appoggiato come una lancia contro il tronco del cachi.
Mia nonna diceva sempre che appartieni al posto in cui nasci; ma se vai in posto diverso, se trovi qualcuno che ti mostra come viverci al sicuro, allora tutto diventa molto più facile.
"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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