Matteo viaggia nel tempo
«Angela, muoviti! Non puoi stare in bagno per sempre, anch’io devo uscire per andare a scuola!»
Aspettare che la sorella maggiore uscisse dal bagno era quello che Matteo definiva il primo "supplizio mattutino".
«Oggi dopo la scuola vado da nonna, glielo dici tu a mamma? Le ho mandato un messaggio ma non mi ha risposto». Ecco il secondo supplizio di Matteo: attendere la risposta alle sue richieste alla madre.
Poco dopo, Matteo arrivò da nonna Nanda un po’ trafelato. Almeno da lei c’era sempre qualcuno pronto ad ascoltarlo, senza pretendere che sopportasse tutti quei supplizi.
«Nonna, se oggi non dici niente a mamma del fatto che mia sorella non esce mai dal bagno la mattina, io non ci vengo più! Sono stanco di aspettare», disse Matteo con tanto di broncio.
La nonna sorrise e ci pensò su. «Vediamo... Facciamo un gioco: prendiamo l'Angela e il Matteo di oggi e trasportiamoli in campagna, negli anni Sessanta».
«Cos’è, una tua nuova storia, nonna? Un "Ritorno al futuro" senza la macchina DeLorean?» chiese Matteo, perplesso.
«Una specie di storia», rispose la nonna.
«Per prima cosa, negli anni Sessanta Angela poteva scordarsi di truccarsi per andare a scuola. Se era fortunata arrivava alle medie, altro che liceo! La scuola, anche se gratuita, era un lusso per le famiglie ricche. Quelle contadine, se potevano, evitavano di mandare i figli a studiare: meglio il lavoro nei campi. Tanto le femmine si sarebbero sposate, e si pensava che non servisse che studiassero».
Matteo passò subito dallo scherzoso al serio: «E io, nonna? Io ci sarei andato a scuola?»
«In teoria sì. Ma se la famiglia era povera, passavi molto più tempo ad aiutare nei campi che dietro a un banco».
«Oh, mamma mia! Però scommetto che almeno potevo andare in bagno quando volevo io!»
«Sicuramente sì», replicò la nonna, «nelle stalle d’inverno o all’aperto d’estate!»
«Nonna, stai scherzando, vero?»
«Non scherzo affatto. Il bagno come lo conosci tu, con l’acqua corrente e gli scarichi, era solo per i ricchi. Per i contadini era un bene che sarebbe arrivato parecchi anni dopo, e comunque non per tutti. Nelle scuole, però, il bagno c'era: un buco nel pavimento che chiamavano "bagno alla turca". Era una specie di piatto di ferro con due spazi sagomati per appoggiare i piedi e un buco al centro. Si usava così da anni, e alla fine tiravi una catena collegata a una cassetta dell’acqua posizionata in alto».
«Quello sarebbe il supplizio perfetto per mia sorella: vai, fai le tue cose ed esci! Devo proprio chiedere a mamma di mettere una turca nel nostro bagno!» esclamò Matteo ridendo.
«E dove mi sarei lavato, nonna?»
«Oh», disse la nonna, «nelle camere da letto c’erano quasi sempre un bacile, una brocca e un asciugamano pronto. Ti lavavi il viso dentro quel catino, dopo aver versato l'acqua dalla brocca. D'inverno era gelatissima, mentre d'estate era calda, specie se l'avevi preparata la sera prima. Per lavarti avresti usato il sapone fatto in casa, perché le saponette profumate arrivarono molto più tardi. E una volta finito, dovevi svuotare l’acqua sporca del catino in un secchio, portarlo fuori e buttarlo nell’aia».
«E se volevo farmi una doccia, nonna?»
«La doccia si faceva solo d’estate! Si legava un grosso secchio al ramo di un albero con una corda a penzoloni, e si tirava per rovesciarsi l'acqua addosso. D’inverno, invece, ci si lavava nella conca. All'inizio erano catini di alluminio, poi, quando arrivò la plastica, per fortuna diventarono più leggeri. La mia mamma ne aveva una celeste, grandissima. La usava per lavare i panni alla fontana pubblica, e poi serviva per fare il bagno a noi bambini, a turno, uno dopo l'altro. Prima, però, si scalda l’acqua in un grande pentolone sul camino, appeso alla catena che scendeva dalla cappa».
La nonna guardò Matteo negli occhi e continuò: «Pensa che Angela, con i suoi sedici anni, nel nostro viaggio nel tempo avrebbe dovuto caricarsi una conca sulla testa e andare a lavare i panni alla fontana pubblica. O meglio, al lavatoio comunale, o a quello di quartiere se fossimo stati in città. Lo avrebbe fatto insieme alle altre donne, d'estate e d'inverno. Ma sai una cosa? Lo avrebbe fatto con gioia! Era uno dei pochi momenti per stare insieme, in cui ci si scambiava informazioni, pettegolezzi e notizie sulle disgrazie. Insomma, il lavatoio era il telegiornale del paese».
«Con le mani nell'acqua d'estate e d'inverno?» chiese Matteo stupito.
«Sì, e con la fatica di dover strizzare i panni a mano per togliere più acqua possibile. I tessuti di allora non erano leggeri come quelli di oggi. Le lenzuola di lino erano pesantissime e assorbivano tre volte il loro peso! Per strizzarle servivano per forza due donne: si mettevano ai due estremi e giravano con forza. Per questo alla fontana si andava sempre in due, tra amiche o parenti, per aiutarsi».
La nonna fece una piccola pausa. «La fatica vera, però, era tornare a casa con quelle grandi conche piene di panni bagnati sulla testa. Pesavano tantissimo. Per sopportare il carico si metteva la "coroia" tra la conca e la testa: un panno lungo avvolto a cerchio, come una corona. Aiutava a sostenere il peso e a mantenere la conca in equilibrio, ma dovevi essere bravissima a camminare!»
«E io, nonna, nel nostro viaggio nel tempo che fatiche avrei fatto? Immagino poche... Sono molto piccolo, ho solo nove anni! Mi racconti che cosa avrei fatto tutto il giorno?»
«Tu saresti andato a scuola a piedi. D’inverno le scarpe si riempivano di fango e dovevi pulirle benissimo prima di entrare in classe. Avresti avuto la cartella in spalla con il sussidiario, il libro di lettura e i quaderni. All'inizio si usavano quelli a quadretti e poi, da più grandi, quelli a righe. Ne avevi due per ogni materia: uno per la "brutta" e uno per la "bella". Prima si scriveva sul quaderno della brutta copia, poi si ricopiava tutto sul quaderno della bella scrittura, in modo preciso, ordinato, con la data e le cornicette colorate intorno alla pagina. A scuola, se era inverno, avresti dovuto portare da casa persino la legna per accendere la stufa, proprio come facevano tutti i tuoi compagni e la maestra. Le classi ospitavano bambini di età diverse tutte insieme; solo l'ultimo anno, di solito, era per pochi alunni della stessa età. E poi, Matteo, avresti avuto un terrore grandissimo: quello di macchiare il quaderno con l'inchiostro del pennino!
Se succedeva, erano problemi e punizioni serie. Pensa che io, una volta, solo per non aver saputo a memoria tutta la poesia "La cavalla storna" di Giovanni Pascoli, venni messa in ginocchio sulla ghiaia del giardino. Sono rimasta lì finché i sassi non mi sono entrati nelle ginocchia. Tanto per dire i miei, di supplizi: quelli sì che erano veri!»
«E la ricreazione, nonna?»
«La ricreazione si faceva tutti insieme all’aperto, se non pioveva. Per merenda si mangiava pane e frittata il più delle volte, oppure pane e salame. Insomma, cose che si trovavano nella dispensa o che erano avanzate dalla sera prima. Io adoravo quando avanzavano le salsicce di maiale: veniva fuori un panino favoloso! Il pane mia madre lo faceva ancora nel forno a legna, anche se proprio in quegli anni cominciavano a nascere i primi negozietti che lo vendevano già pronto, come oggi».
«E dopo la scuola cosa succedeva?»
«Finita la scuola, si pranzava tutti insieme. C'era chi tornava dai campi e chi da altri lavori, ma a tavola ci si riuniva sempre, nonni compresi. A quei tempi, quasi sempre i figli si sposavano e continuavano a vivere nella casa dei genitori».
«E dopo pranzo potevi finalmente giocare?»
«Dopo pranzo c'erano i compiti! Con il controllo dei nonni che verificavano che fossero fatti con attenzione. Anche se quasi nessuno di loro sapeva leggere e scrivere e non capivano cosa ci fosse scritto sul quaderno, stavano lì a guardare. E la mamma non ti mollava un secondo nemmeno lei! Finiti i doveri, pensi che andassi a giocare? Direi di no», sorrise la nonna. «Si andava ad aiutare, a seconda della stagione. Bisognava raccogliere le uova nel pollaio e pulirlo, dare il cibo ai conigli, oppure andare nei campi a raccogliere l'erba. Non c’era un tempo fisso per il gioco, anche se poi noi bambini giocavamo continuamente senza nemmeno saperlo. Ci preparavamo al grande gioco che è la vita: bastavano un bastone, un sasso o un vecchio barattolo vuoto per inventarsi dei giochi fantastici. Non erano solo supplizi come li chiami tu, Matteo. C'era anche tanta gioia, e ci sentivamo sempre protetti dallo sguardo di un nonno o di un genitore. Anzi, partecipava tutta la comunità! Un bambino era un bene prezioso e in paese tutti controllavano che non gli succedesse niente di brutto. Due braccia in più, in una casa di contadini, erano una benedizione. Si doveva crescere in fretta, ma non ci pesava: faceva parte della vita di ogni giorno».
Matteo spalancò gli occhi, colpito da quelle parole. «Mamma mia, nonna... Che supplizi, dal mio punto di vista! Altro che i miei!»
«Ma no!» concluse la nonna con dolcezza. «Se non conosci niente di meglio, quella ti sembra la normalità. Alcune cose erano dure da sopportare, ma si viveva così. Quindi, Matteo, abbi pazienza per una piccola attesa davanti alla porta del bagno. Godetevi questo tempo migliore: viene da noi, che ne abbiamo conosciuto uno più difficile e ci siamo dati da fare per far stare meglio le generazioni future, proprio come avevano fatto quelli prima di noi».
Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"











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