Michele e la colazione al sacco con il lupo
Lupino fece capolino sull’albero di destra nel giardino della nonna.
«Lo avevamo chiamato Lupino» spiegò la nonna, «perché la sera che lo vedemmo per la prima volta, i lupi tornati in Appennino fecero sentire la loro voce. Chissà perché, fu naturale chiamarlo piccolo lupo. Non so come l’abbia presa lo scoiattolo, ma siccome quando lo chiamiamo non dice niente e si limita a guardarci, io e il nonno deduciamo che il nome gli piaccia.»
«Meglio lo scoiattolo come vicino di casa, nonna, che il lupo!» disse Michele.
A causa di un piccolo incidente in bicicletta, il ragazzo aveva dovuto mettere il gesso alla gamba. Ora si muoveva a fatica con la gruccia e se ne faceva un cruccio continuo, tanto che la nonna, per sollevargli lo spirito e aiutarlo a sopportare quel brutto periodo, lo chiamava sempre: «Uccellino mio». Questo soprannome però non piaceva a Michele, che lo trovava un nomignolo sciocco.
«Non è sciocco» interruppe la nonna. «Lo sai che è grazie agli uccelli se ora ti puoi muovere con la gamba, invece di restare bloccato a letto?»
«Scusa nonna, ma non capisco proprio cosa c’entrino ora gli uccelli...»
«C’entrano, c’entrano» insistette la nonna. «A cosa pensi che si sia ispirato chi ha inventato le stampelle per camminare?»
«Perché, nonna, forse gli uccelli portano le stampelle? Vedi che non c’entrano niente? Mi stai prendendo in giro!»
«La gruccia o stampella per noi umani nasce proprio dalla gruccia, ovvero il piedistallo in legno costruito esattamente come la tua. Era il legno su cui si appoggiavano gli uccelli da richiamo durante la caccia. Sulla parte che tu oggi metti sotto l’ascella per camminare, in origine – ovviamente tutto a misura di volatile – si aggrappavano con le zampe la civetta o il falco di turno. Quindi, quando ti chiamo uccellino mio, ci sta tutto nel discorso!»
«Bella l’idea dell’appoggio per uccelli, nonna! Potrei costruirne una insieme al nonno. Così forse riesco a convincere papà a regalarmi quel pappagallo che mi piace tanto.»
«Lascia stare i pappagalli! Se vuoi davvero aiutare il nonno a costruire un trespolo, ce ne servirebbe uno per le galline.»
Michele, perplesso, domandò: «Perché, sono zoppe anche loro, nonna?»
«Ma no, amore mio! Le galline, per abitudine, vogliono dormire in alto. Hanno bisogno di sentirsi al sicuro dalle volpi e dalle faine che, ti assicuro, di notte girano intorno al pollaio. Appena ti tolgono il gesso e avrai finito la fisioterapia, costringi il nonno a fabbricarmi questo trespolo. Il legno ce l’ha, le viti e i bulloni pure... è solo la voglia che gli manca! Ma se lo aiuterai tu, farete un gran bel lavoro, ne sono certa. E soprattutto, si deciderà finalmente a farlo!»«Certo, nonna, che con te non serve mica andare allo zoo!» esclamò Michele ridendo. «In pochi minuti hai nominato lo scoiattolo in visita, il lupo sui monti che ulula, uccelli vari, faine e volpi...»
«Eh, nipote mio, io vivo in campagna, mica in città! Qui ci si scambia la vita con la natura. Ma ammetto che il lupo mi crea sempre una certa paura quando lo sento, anche se urla piuttosto lontano. E pensare che una volta abbiamo mangiato insieme pane e mortadella, quando tuo padre aveva la tua stessa età!»
«Ma dai, nonna! Alle favole non ci credo mica da un pezzo. Ora non inventarti una storia solo perché ti ho dato quelle quattro parole...»
«Nessuna invenzione, questa è la pura e semplice verità» rispose decisa la nonna. «Durante una gita, ci fermammo sul limitare di un bosco. Eravamo dalle parti di Norcia, un viaggio con tuo padre e i tuoi zii che allora erano piccoli. Ci accostammo lungo la strada: c’era un ampio spiazzo con qualche pietra su cui sedersi, un bel panorama sulla vallata e, tutt'intorno, le montagne con le cime ancora spruzzate di neve. E così, facemmo colazione al sacco per tutti!»
Michele scosse la testa. Pensò subito che se la stesse inventando di sana pianta: la colazione in un sacco? Suvvia, non si poteva proprio sentire, sembrava una di quelle bufale assurde che girano sui social. Che delusione, nonna mia che sei! pensò tra sé e sé.
La nonna, però, aveva ottenuto tutta l'attenzione di Michele. Intuendo i suoi dubbi, gli spiegò pazientemente cosa significasse quell'espressione: «A quei tempi andava molto di moda dire "colazione, pranzo o merenda al sacco" quando non si portava nulla di cucinato e niente che si potesse cuocere sul posto. Si preparavano panini, frutta, acqua e qualche biscotto dentro una busta di tela robusta... ecco perché si diceva "al sacco"!»
Ah, meno male, pensò Michele, sollevato dal fatto che almeno la storia del "sacco" avesse una spiegazione logica. Restava però il discorso di aver condiviso la mortadella con un lupo... Beh, la nonna si doveva davvero superare se voleva farlo abboccare a una roba del genere, anche se per lei sembrava una verità assoluta.
«Eravamo tutti seduti sulle pietre» continuò la nonna, «tranne il nonno, che preferì restare seduto al posto di guida con le gambe fuori dall'auto. Diceva sempre che in viaggio non si sa mai chi si incontra! Noi quattro, invece, eravamo lì a goderci pane e mortadella quando, ti giuro, spuntò dal nulla. Non si era sentito il minimo rumore, a parte il nostro masticare. Era bello, fiero, magro e snello. Ci fissava da pochi metri di distanza, dritto su un’altra roccia. Un bellissimo...»
Michele pensò subito che se la nonna avesse pronunciato la parola "lupo", si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato via sul serio. Parola sua!
«...un bellissimo cane lupo!» disse la nonna. «Allora dissi al nonno: "Ci devono essere dei pastori in giro con le greggi, quest'anno sono arrivati presto per l'estate". Mangiare con quel cagnone che ci fissava, però, non era facile. Non volevo avvicinarmi troppo, così, dato che si trovava a circa quattro o cinque metri da noi, presi un sasso da terra, ci avvolsi intorno una fetta di mortadella e la lanciai, sperando di non colpirlo. Sai, quelle cose che fai d’istinto... Il sasso volò e si fermò a pochi centimetri dalle sue zampe. Lui annusò, ma non sembrava convinto. Allora noi, tutti in coro, iniziammo a dirgli: "Mangiala, dai, che è buona!". Il cane diffidava ancora, così gli gridai: "Guarda che o la mangi, o me la vado a riprendere, perché non ne ho altra!". Alla fine il cagnone afferrò la fetta e si allontanò con un passo sicuro e felpato. E noi tornammo a parlare e a mangiare.»
«E come hai capito che era un lupo, nonna? Da cosa?»
«Mica l’ho capito sul momento! Per me, e per tutti noi, avevamo solo dato una fetta di mortadella a un cane dei pastori, anche se in giro non si vedevano greggi.»
«E allora vedi che ti sei inventata tutto?» trionfò Michele.
«Non ho inventato proprio niente! Il giorno dopo, al telegiornale, mandarono in onda un servizio sul ritorno del lupo nelle zone di Norcia e Castelluccio di Norcia. Dicevano che erano stati avvistati svariati esemplari, e mostrarono una foto. A me erano rimasti impressi gli occhi del "cane" che avevamo incontrato, per via del colore e della forma, e anche le orecchie, che sembravano più piccole del normale. Cacciai un urlo, chiamai tuo nonno e gli dissi: "Pensa! Abbiamo fatto colazione con un lupo senza saperlo!". "E meno male che non lo sapevamo!" rispose il resto della famiglia in coro. Ecco com'è andata: abbiamo mangiato pane e mortadella con un lupo, ma senza saperlo. Proprio per questo lui si è avvicinato: non ha avvertito pericolo, e noi non avevamo paura. Probabilmente ci stava solo studiando. Sul menù, però, non era molto convinto... Credo che nel bosco, agli altri lupi, abbia consigliato di evitare i turisti con la colazione al sacco!»
La risata di Michele uscì spontanea. «Ma se ve ne foste accorti, sareste scappati di corsa, vero?»
«Se il lupo avesse fiutato la nostra paura, non si sarebbe mai avvicinato. Non era spinto dalla fame, ma dalla curiosità. E alla fine ha scoperto che la mortadella è una cosa da mettere nella lista del "solo se sono veramente affamato"!»
«Ci torni a casa oggi? Dai, che devo andare a lavorare, Michè! Prendi le tue cose che ti porto dalla mamma. La nonna ha da fare, mica può stare sempre dietro a te! Su, bello di papà, muoviti!»
La voce del padre, fuori dal cancello e chiaramente di fretta, riportò bruscamente tutti alla realtà.
La gruccia tornò sotto l’ascella. La nonna prese lo zainetto del nipote e si avviò con lui verso l'uscita. Ma prima di superare il cancello, Michele si voltò e sussurrò: «Nonna... puoi chiamarmi "uccellino mio". Non mi dà più fastidio.»
«Speriamo per poco, amore mio. Speriamo che tu possa tornare a camminare e a correre presto, la nonna non sogna altro!»
Si salutarono con una promessa solenne: appena guarito, Michele avrebbe convinto il nonno a fabbricare quel famoso trespolo per le galline. Il ragazzo baciò la nonna, le rivolse un sorriso complice e salì in macchina.
Strada facendo, guardando fuori dal finestrino, pensò che sarebbe stato proprio bello fare un giro in montagna in auto. Magari per sperare di incontrare di nuovo quel lupo o persino Lupino, lo scoiattolo, mentre saltellava felice da un albero all’altro.
Mia nonna diceva sempre che ogni storia lascia nel cuore un desiderio o una nostalgia, ma non è mai fine a se stessa.
Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!
"Storia creata dalla mente dell'autrice, le immagini create con IA"


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