Paolina, Umberto e il segreto di Fontana Cupa

 

4 parole illustrate con disegni, grotta, melo selvatico canestrino regolo serpente a metà

La notte magica, la chiamava nonna Marietta: la notte dove tutto può succedere, dove fantasia e realtà si incontrano nel solstizio d’estate.

Paolina e Umberto erano fratelli di cuore. In realtà erano cugini, ma erano così inseparabili che vennero chiamati insieme per vivere l’avventura. Nonna Marietta era magra come un uscio, sempre di corsa e affaticata, ma nulla le faceva paura. Indossava sempre il suo abito grigio a fiorellini blu, con un fazzoletto a coprirle la testa e lo “zinale” immancabile. Non credo che possedesse un cappotto, ma solo uno scialle tondo verde bottiglia per l’inverno. Era magica anche lei: come raccontava le storie nonna Marietta, nessuno al mondo. Andava a ruota libera; tu svanivi, entravi nel racconto e lì rimanevi per tanto tempo.
«Niente storie oggi! Si va a cercare i fiori per fare l’acqua magica. Li metteremo in una ciotola con l’acqua fresca del pozzo sotto la luna, in modo che domani mattina ci si possa lavare e allontanare tutti i mali», disse la nonna ai due cuginetti, dando loro un canestrino per uno.
I bambini, che erano pronti a farsi rapire da un’altra storia incredibile, si guardarono un po’ smarriti e delusi.
A fine giugno i prati cominciavano già ad avere fili d’erba secca. L'erba era alta, così la nonna raccomandò: «Camminiamo lungo il margine del prato. Facciamo il contorno, così non rischiamo di fare brutti incontri come serpi e ramarri. Seguiamo gli stradelli che il contadino crea con il suo passaggio per andare a curare i campi».
Fu una festa: fiori di ogni genere, azzurri fiordalisi, gialle e bianche margherite, e iperico a volontà. Ogni tipo di fiore di campo andava bene. Tre cose, però, erano essenziali per i fiori magici, diceva la nonna, che si era trasformata da cantastorie a botanica: l’erba della Madonna, qualche foglia di noce e un pezzetto di legno di un ramo di melo selvatico.
«Per l’erba della Madonna, dalle lunghe foglie profumate, passiamo nel giardino di Gilda: lei ce ne darà sicuramente qualcuna. Per le foglie di noce, ne prenderemo un paio lungo la strada, perché per raccogliere il rametto di melo  selvatico dovremo spingerci fino a Fontana Cupa».
La voce della nonna si fece cupa, proprio come quel nome, mentre il sole scendeva piano piano verso l’orizzonte.«Su bambini, mi raccomando, veloci! Tutte le erbe devono essere raccolte prima che faccia buio. Su, via, veloci per di qua!» disse la nonna, e prese la rincorsa, tanto andava veloce.
Ci fu una rapida sosta per chiamare Gilda e chiedere le foglie. Due chiacchiere veloci, anche quelle nel cestino, e via verso Fontana Cupa. Poi un'altra sosta sotto il grande noce nel prato del vicino: qualche foglia nei cestini e a quel punto non restava che il rametto di melo selvatico. Le aspettative sul posto erano alte per Paolina e Umberto. La parola che accompagnava la fontana, cioè "cupa" – che faceva pensare a qualcosa di buio e pauroso – ricordava una delle storie della nonna, ma stavolta era la realtà.
«Ma sì», si dissero i cuginetti, «che ci sarà mai di tanto cupo in questo posto? Solo alberi, una montagnola verde e un fosso che non porta acqua». La nonna, sentendoli, sorrise sorniona, come un gatto che sa che sta per dare la graffiata finale e non se la vuole perdere.
«Giriamo a destra», disse la nonna. «Su, animo, che il sole scende! Se non finiamo la raccolta, poi i fiori magici non funzionano. E se non funzionano, rischiamo di ammalarci nei prossimi mesi».
Ai bambini passò fulmineo lo stesso pensiero: «Così non andiamo a scuola, evviva!» Quel pensiero, però, fu subito represso dallo stupore per quello che si presentò davanti ai loro occhi.
C'era una montagnola tagliata a metà, simile a una grossa caverna. Faceva da tetto a una grande vasca in pietra interrata, di cui usciva dall’acqua solo il bordo. Due ruscelli di acqua limpida e cristallina sgorgavano dai lati della vasca, facendosi spazio tra cespugli di capelvenere. Tutto intorno, però, era buio, come se il cielo fosse scomparso. E l’acqua era nera, di un nero profondo che metteva angoscia.
I bambini non parlarono, attoniti e stupefatti. La nonna si accorse della situazione: il suo graffio finale l’aveva dato. Erano rimasti senza parole, divisi tra la paura e la voglia di capire. Allora la nonna allentò la tensione e si limitò a raccomandare: «Non sporgetevi, ci saranno minimo tre metri di profondità di acqua fredda».
Si sedettero su alcune grosse pietre poco lontano dalla fontana, mentre la nonna andava a rompere un pezzetto di ramo dal melo selvatico. Ne fece tre pezzi, uno per ogni canestrino. La raccolta era finita. Il sole aveva ancora un pizzico di dolce luce rosata da regalare, e danzava con le nuvole nell’eterno gioco di ogni giorno.
«Nonna», chiese Umberto, «ma che posto è questo?»
«Una vecchia fontana per far abbeverare gli animali, e far lavare via lo sporco e la fatica ai contadini nei campi», rispose la nonna. «L’hanno costruita tanti e tanti anni fa. È segnata anche nelle mappe militari, me l’ha detto il colonnello Gerardo, il proprietario del terreno».
«Allora non è un posto cupo», disse Paolina, «è solo senza cielo».
La nonna sorrise. «In parte hai ragione», disse, «è una cavità in cui scorrevano due piccole sorgenti e l’ingegno umano l'ha trasformata in questa meraviglia. E "cupa" vuol dire proprio senza cielo, ma questo non significa che non ci sia una leggenda anche per questo posto».
«Davvero?» dissero in coro i bambini. «Ti prego nonna, raccontacela!» Si misero seduti composti, pronti a partire con la fantasia.
La nonna però disse: «Meglio di no, è una leggenda paurosa, non adatta a voi. Ve la racconterò quando sarete grandi, altrimenti questa notte non dormirete».
«Nonna, ma noi siamo grandi!» protestarono sempre in coro i cuginetti.
La nonna non volle sentire ragioni. «Ora su, prendete tutto e andiamo che si preparano ad accendere i fuochi! Vedrete che meraviglia: ci risponderanno dai paesi vicini. Potrete vedere cumuli di legna ardere tutta la notte per illuminare il solstizio. E la storia del Regolo, il serpente a metà che custodisce le grotte, ve la racconto un’altra volta».
Mogi e tristi ripresero la strada di casa. Arrivati, fecero una fermata al pozzo: tirarono su un grande secchio di acqua fresca e corsero alla bacinella. I fiori vennero messi per primi e poi l’acqua fresca sopra. Trasportarono tutto sul tavolo davanti alla casa, al chiaro della luna; la magia della notte avrebbe fatto il resto.
I bambini non erano del tutto convinti. Non avrebbero mica visto la magia, loro di notte dormivano! Delusi da come erano andate le cose, non capivano di che magia parlasse realmente la nonna, finché lei non accese il suo cumulo di legna. Lo aveva sistemato sul prato con dei sassi intorno, dove c'era solo terra senza alberi vicini, così da non correre nessun pericolo. Accese il fuoco e disse solo: «E ora aspettate la magia. Guardatevi intorno e capirete».
Un fuoco, due fuochi, dieci fuochi illuminarono tutto intorno. La legna bruciava, le scintille danzavano intorno a loro, e altri fuochi rispondevano da vicino e da lontano. La danza proseguì finché il fuoco non scemò in cenere. Avevano visto uno spettacolo che a pochi era consentito. Lo capirono solo negli anni seguenti, quando la tradizione si perse e nei loro cuori rimase solo il ricordo di una notte magica.
«Vivi appieno tutto», diceva mia nonna, «il giorno dopo è già una foto nell’album dei ricordi della tua vita».

Datemi 4 parole vi racconto un'altra storia!
Fuoco acceso nel prato, nonna racconta, fiori nei cesti, fuochi in lontananza notte magica solstizio

"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"

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