Umberto e la siepe che fa rumore
Nonna Artenia era alle prese con l’accensione del camino. Disponeva prima i legnetti secchi più fini, per poi salire di grandezza. Dovevano essere rigorosamente asciutti, altrimenti la casa si sarebbe riempita di un fumo acre e fastidioso. Per l'inizio della stagione aveva recuperato una delle fascine messe in salvo nel portico prima delle grandi piogge; nei giorni successivi ci avrebbe pensato il fuoco stesso a mantenere calda la legna stipata nella grande cesta in cucina.
La bella stagione era ormai finita, annunciata dal tempo incerto e dai primi freddi serali. Per il fine settimana era previsto l'arrivo di suo nipote Umberto, un bambino curioso e intraprendente, ma «cittadino fino al midollo», come le veniva da dire ogni volta che lo incontrava. Questa volta Artenia voleva stupirlo con un cibo che un cittadino poteva solo sognarsi.
«Sarà una sfida tra campagna e città, e vediamo chi vince!» si disse nonna Artenia. Del resto, già il nome faceva pensare a una donna tosta. E lei lo era davvero!
Umberto arrivò il sabato mattina, fresco e rilassato: tuta da ginnastica, zainetto in spalla, cellulare e cuffiette alle orecchie. Aveva l’aria di chi pensa: «Soffriamo questi due giorni, poi me ne torno nel mio mondo». Scese dall'auto dello zio, che lo aveva recuperato alla stazione ferroviaria. Umberto aveva viaggiato con un'amica di famiglia che proseguiva il tragitto, e lui avrebbe tanto voluto continuare il viaggio insieme a lei. Non era affatto convinto di quella sistemazione, ma i genitori erano fuori per lavoro e la sua tata era in viaggio di nozze. L'unica soluzione rimasta era quella strana nonna nella sperduta campagna umbra, un luogo dove il ragazzo pensava che il tempo si fosse fermato. Le voleva bene, certo, ma temeva le sue noiose giornate, convinto che non ci fosse mai nulla di divertente da fare.
«Nonna, sono arrivato! Come stai? Sono felice di essere qui!» esclamò Umberto.
L'educazione prima di tutto, gli ripeteva sempre sua madre. In realtà, il ragazzo avrebbe preferito dirle: «Nonna, purtroppo per me sono arrivato. Come stai? Non sono per niente felice di essere qui». Le nonne, però, anche quando vedono poco i nipoti a causa delle distanze e degli impegni, sanno leggere la verità con un solo sguardo.
«Ti cucino come dico io, nipote caro...» pensò infatti nonna Artenia. «Preparati, perché i dolori dei reumatismi oggi non si sono ancora svegliati. Ti farò passare due giorni che ti ricorderai a lungo, te li renderò vivi su tutti i fronti!»
A voce alta, invece, gli disse: «Per favore, Umberto, vai giù a prendermi il secchio rosso? È appoggiato all'albero di sambuco, quello vicino alla siepe di nocciole. Mi serve subito».
Il ragazzo masticò amaro tra sé e sé: «Non sono ancora arrivato e già si pretende che faccia dei lavori... Bah, andiamo a prendere questo secchio».
Crunch, sping, crunch, sping, sping, spanf...
«Cavolo, che strani rumori!» si disse Umberto.
Si staccò le cuffiette dalle orecchie. Oramai ci viveva attaccato, proprio «come la coda a un cane», per usare un pensiero della nonna. In quel momento, però, Umberto aveva bisogno di sentire bene: non ci capiva nulla e il suo cervello non riusciva a trovare informazioni attendibili per decifrare quei suoni del tutto sconosciuti.
Sfammmmm, sfammmmmm, crunch, crunch, sping...
«Oh, adesso mi sono stufato! Prendo il secchio e me ne vado» pensò il ragazzo. Dalla siepe di nocciole, però, quel misterioso suono continuò, mischiandosi al fruscio delle fronde che si muovevano.
«Ci deve essere un uccello che ha fatto il nido» si disse Umberto per rassicurarsi.
Tornato in casa, riportò questi dettagli precisi alla nonna, ma lei lo interruppe subito: «Ma quale uccello che fa il nido! Sta arrivando l’inverno. Gli uccelli sanno bene che i nidi si fanno in primavera, quando ci sono il sole e il cibo per i piccoli».
«Allora dovrò controllare con il motore di ricerca per vedere cosa può vivere in una siepe di nocciolo» replicò Umberto, stringendo il telefono.
«Ma quale motore di ricerca!» ribatté la nonna. «Vai a piedi e controlla bene. Attendi con fiducia: Ermenegildo sa quando sentirsi al sicuro e si farà vedere. Io intanto scaldo il testo per cucinare. E visto che ci sei, porta giù questo secchio: ci ho messo la cenere di ieri, così proteggo le radici del sambuco per l’inverno e in primavera fiorirà meglio».
«Leandrino dalla Germania ti faccio fare, nipote mio...» pensò la nonna, lasciandosi sfuggire un sorriso.
Quella strampalata frase era diventata un modo di dire comune in paese. Decenni prima, un uomo di nome Leandrino era andato a lavorare in Germania, ma soffriva di attacchi di nostalgia così forti da spendere tutto ciò che guadagnava per tornare continuamente a casa. Quel fare avanti e indietro era rimasto proverbiale per descrivere chi ripeteva sempre le stesse azioni. In un piccolo paese, del resto, tutto si trasforma in un modo di dire e in una storia da raccontare.
Umberto, ubbidiente, posò il secchio vicino all'albero e si mise ad aspettare, seduto su un muretto. Solo in quel momento si rese conto di non aver fatto la domanda chiave: chi era questo Ermenegildo? Un uccello no, perché non fanno i nidi d'inverno e non mangiano le nocciole. «Forse un gatto che ci gioca dentro? Mah, aspetto e vediamo se esce fuori» rifletté.
Splunf, spulng, svamm, svammmm...
I rumori continuavano, mentre il sole cominciava a calare. «Si sta facendo notte e io non ho ancora capito cosa sia» pensò il ragazzo. Gli venne allora l'idea di fotografare l'intera siepe con il cellulare: «Vuoi vedere che ingrandendo le immagini riesco a scoprirlo?»
Iniziò a scattare a non finire, catturando ogni angolo della siepe, dall'alto in basso. Soddisfatto del piano, rientrò in casa, dove trovò la nonna con le mani letteralmente in pasta.
«Bravo Umberto, prendi un pizzico di farina e gettala sul testo. Così controllo se è caldo abbastanza» gli ordinò lei senza sollevare gli occhi dalla spianatoia.
«Testo, nonna? Cos'è il testo?» chiese Umberto, confuso.
«Beh, quel coso piatto di metallo sopra il fuoco» rispose la nonna.
«Ah, la grande padella!»
«Non è una padella! Quello è il testo: un cerchio di ghisa che cuoce la pizza sui carboni ardenti in modo meraviglioso. Esiste dai tempi degli Etruschi, anche se a quei tempi lo facevano di coccio».
«E tu stai preparando la pizza da cuocere adesso?» domandò il ragazzo, incuriosito.
«Certo! Una bella pizza da spaccare in due, per poi metterci dentro il crostino».
«Il crostino? E cos'è il crostino?»
Nonna Artenia si fermò e lo guardò sbalordita: «Oddio, ma che mangi a casa tua?»
«Beh... pasta, carne, verdure... Molti piatti pronti del supermercato da scaldare nel microonde» rispose Umberto, quasi giustificandosi.
«Noi qui cuociamo tutto senza onde, grandi o piccole che siano!» ribatté fiera la nonna. «Qui si fa tutto con il fuoco del camino. E ora, ammira!»
Con un gesto rapido e sapiente, la nonna sollevò un bel cerchio di pasta in mezzo a grandi sbuffi di farina. Lo fece roteare tra le mani per eliminare l'eccesso e poi... prumpete! Questo fu, più o meno, il rumore sordo della pasta che atterrava sulla ghisa rovente del testo.
«Oh, nonna! Sei bravissima!» esclamò Umberto, ammirato.
«Ma ora tocca a te» ribatté la nonna, porgendogli una strana e piatta cucchiaiona di legno. «Tra qualche minuto dovrai girarla. Tu controlla che sotto si sia formata la crosticina, poi inserisci la spatola tra la pizza e il piatto di ghisa. Devi essere bravo, la devi rigirare».
«Alla NASA, durante il primo lancio dello Shuttle, erano meno nervosi di me...» pensò Umberto, mentre vedeva la nonna uscire di casa.
Lo aveva lasciato da solo, alle prese con il momento peggiore che ricordasse di aver mai vissuto, per di più senza averlo mai visto fare prima. Posò il cellulare e si tolse le cuffiette: la situazione si era fatta complicata. «E se mi scotto? La nonna non ci ha pensato... Mi ha lasciato solo, chissà dove è andata!» rifletté preoccupato.
Subito dopo, però, un altro pensiero gli attraversò la mente: «Se mi ha lasciato solo, è perché pensa che io possa farcela senza aiuto». Ma un aiuto gli serviva eccome, altrimenti la pizza sarebbe finita dritta nella cenere o sul pavimento. «Un ingegnere che costruisce ponti e misura il carico da sostenere si sentirebbe meno preoccupato di me in questo momento» si disse.
Poi l'occhio gli cadde sulle molle del camino, le grandi pinze per il fuoco. «Non sarà igienico...» pensò Umberto, «ma possono aiutarmi!»
Con la spatola sollevò un lembo della pizza in cottura: «Uhm, povero me, la crosticina c'è... Devo proprio rigirarla!»
Prese la spatola, la infilò sotto l'impasto, afferrò le lunghe pinze con l'altra mano e si aiutò nella manovra. Punfetepaaa! Salva. La pizza era stata girata alla perfezione e mostrava una magnifica crosticina dorata.
In quel momento la nonna rientrò, portando con sé una ciotola che emanava un odore forte e pungente. Sapeva di aceto. «Uhm...» pensò Umberto, «speriamo che sia per il cane e non per la nostra cena!»
I complimenti della nonna per la cottura perfetta della pizza durarono a lungo. Poi, muovendosi come se avesse le mani d'acciaio ( in realtà erano solo mani sapienti, che sapevano esattamente cosa toccare e come farlo ) tagliò la pizza a metà con un lungo coltello, ricavandone due dischi perfetti. Su uno di questi, la nonna cominciò a spalmare quel misterioso composto a cui Umberto non sapeva proprio dare un nome. L'odore e il colore non lo attiravano affatto, e il ragazzo si ritrovò a pensare con profondo rimpianto ai bastoncini di pesce cotti nel microonde la sera precedente.
Spalmare e richiudere fu un attimo. Ora la classica pizza al testo era ripiena e pronta per diventare cena.
«Prepara la tavola» gli ordinò la nonna. «Tovaglia nel secondo cassetto, bicchieri e piatti in dispensa, posate nel primo cassetto. Su, via, animo! Sentirai che bontà».
Umberto intanto cercava disperatamente scuse: simulare un improvviso mal di pancia, nausee varie, conati di vomito... Qualunque cosa pur di salvarsi da quell’orribile cibo che la nonna aveva preparato per cena. Si sedette a tavola pronto a farsi venire un malanno pur di evitarlo. Poi, però, si ricordò della regola della mamma: «L'educazione prima di tutto: si assaggia e poi, al massimo, si sputa nel tovagliolo di carta. Se non assaggi, non conosci».
Il primo boccone si preannunciava il peggiore. Si fece forza. Tagliò un pezzettino minuscolo, «un centimetro per un centimetro, praticamente niente», si disse. Lo mise in bocca, pronto a sputarlo nel tovagliolo. Invece, un attimo dopo, stava già tagliando una fetta enorme, cinque centimetri per cinque, continuando a oltranza. La nonna dovette fermarlo, ricordandogli che «tre fette sono tante, forse è meglio lasciarne un pezzo per colazione, che domani sarà ancora più buona!»
La pizza al testo ripiena di crostino batteva i bastoncini al microonde uno a zero. E la nonna si portò a casa una splendida vittoria.
«Nonna, ma chi è Ermenegildo?» chiese poi il ragazzo. «Ho fatto tantissime foto alla siepe, ma nelle immagini ci sono solo foglie e nocciole».
«Domani lo scoprirai, fidati. Dagli tempo: devi prima perdere l’odore di città» rispose lei misteriosa.
«Ma che odore ho io, nonna? Non ho un buon odore?»
«Per me sì. Ma per lui non sai di terra, di erba, di mani sporche di fango... Insomma, per ora sei solo un estraneo. Ma vedrai che prima di andare via apparirà».
La notte passò serena, tra il richiamo lontano di un barbagianni e i cani del vicino che abbaiavano persino alle foglie mosse dal vento.
La mattina dopo, la nonna lo accolse in cucina: «Cosa mangi a colazione a casa tua, Umberto?»
«Latte e biscotti, nonna. Oppure i cornetti, quelli del supermercato».
«Il latte fresco non ce l'ho, ma quello a lunga conservazione va bene lo stesso?»
«Sì, anche mamma a casa mi dà quello per colazione».
La nonna sorrise, assestando il colpo finale alla conversazione: «Niente biscotti però, stamattina... Fregnacce!»
Umberto andò in totale confusione. «Una sciocchezza a colazione? Una cosa di poco conto?» Questo leggeva sul motore di ricerca dello smartphone. Sapeva persino di parolaccia, anche se ormai non si usava più nei modi di dire. «Poveretto me... Lo vedi che avevo ragione a non essere contento di essere qui?» pensò, lasciandosi sfuggire un lungo sospiro.
Quel momento di sconforto fu però interrotto da un profumino da capogiro. «Zucchero a velo per il cittadino, o tanto zucchero semolato per il nipote che deve sapere di terra se vuole incontrare Ermenegildo prima di partire?» propose la nonna.
«Zucchero normale, nonna, grazie! Ma cosa sono questi dischi caldi e profumati?» chiese Umberto.
«E sentirai quando ci metti lo zucchero!» sottolineò la nonna fiera. «Semplice acqua e farina, un pizzico di sale, sbatto bene e butto in padella. Rigiro e in due minuti sono pronte. È una fregnaccia a farle, ecco da dove viene il termine contadino! Servono pochi ingredienti che si hanno sempre in casa, poi con lo zucchero sopra diventano... Ma questo dimmelo tu, nipote mio!»
«Buone, nonna! Diventano buonissime!» esclamò il ragazzo a bocca piena.
La nonna sorrise di gusto: le fregnacce battevano i cornetti e i biscotti cittadini due a zero!
«Ora che hai fatto un'abbondante colazione, faresti un favore a questa vecchia nonna stanca?» gli chiese Artenia, passandogli una grossa cesta. «Andresti a prendere un po’ di pezzi di legna vicino al forno? Quelli riparati sotto al tetto. Porta solo quelli che puoi, non stancarti».
Umberto si mise al lavoro. Uno, due, tre viaggi, e in men che non si dica la cesta della legna era completamente piena.
«Grazie, amore» disse la nonna, vedendolo rientrare. «Non è che potresti andare a prendermi anche una bottiglia d'olio in cantina? L'ho già preparata. Ma se prima passi dal pollaio mi fai un grande favore: raccogli quattro uova fresche, così ti preparo le tagliatelle per pranzo. O preferisci gli gnocchi?»
«Vada per le tagliatelle, nonna! Vado subito» rispose Umberto, entusiasta.
Insieme alle cuffiette, che non riusciva più a ritrovare da nessuna parte, Umberto aveva perso anche la nozione del tempo, che ora volava letteralmente.
«Un pranzo delizioso, nonna!» disse Umberto a fine pasto. «La scarpetta con il pane nel sugo non l'avevo mai fatta prima. Grazie di avermelo insegnato, era tutto buonissimo! Ora che dici, posso andare a cercare di capire chi è Ermenegildo?»
«Uhm...» commentò la nonna, pensosa. «Non sono ancora del tutto convinta. Che ne pensi se prima fai un salto a dare un po’ d’erba fresca ai conigli? Così prenderai per bene l'odore della terra e del fieno».
Del cittadino di ventiquattr'ore prima era rimasto ben poco. Un po’ più stropicciato dalle fatiche, Umberto sembrava ormai un sano ragazzo di campagna. Era incredibile come, in poche ore, gli fossero venuti persino i "pomelli rossi " sulle guance, quelli che sua nonna chiamava «i sintomi della salute».
«Erba e fieno ai conigli! E leva anche un po’ di cacche!» gli gridò la nonna da lontano. «Così diventerai un vero ragazzo di campagna per il naso di Ermenegildo!»
«Cacche dei conigli tolte! Ora dove le butto?» domandò il ragazzo.
«Mettile nel secchio, ci penso io dopo a liberarmene. Ho giusto qualche pianta che ha bisogno di un ottimo fertilizzante».
«Ma nonna, in campagna riciclate proprio tutto!» esclamò Umberto, stupito.
«È l’arte del contadino» spiegò lei. «Utilizzare e riutilizzare tutto quello che la terra produce».
Pieno di speranza, mentre si odorava per bene le braccia per capire se sapesse finalmente di ragazzo della terra, Umberto si avvicinò alle piante di nocciolo. Non aveva notato, fino a quel momento, quante nocciole portassero quei rami. Si sedette ai piedi della siepe, sperando con tutto il cuore di capire chi fosse l'Ermenegildo di cui parlava la nonna.
Il sole scendeva piano. I genitori sarebbero arrivati non appena fosse fatto buio per riportarlo in città. «Mi resta poco tempo per vederlo...» si disse Umberto con un pizzico di malinconia.
Spank, spak... e poi: «Ahio!» esclamò Umberto, colpito dritto in testa da qualcosa.
Sollevò lo sguardo verso il ramo della quercia e lo vide: un simpatico musetto peloso lo osservava. «Eccolo!» sussurrò Umberto tra sé. «E secondo me se la sta pure ridendo, dopo avermi colpito in testa!» Durò solo pochi attimi: così come era apparso, l'animaletto scomparve rapido tra i rami.
«Hai visto? Non appena ti sei messo i panni del ragazzo di campagna, il ghiro si è fatto conoscere! Visto com'è simpatico Ermenegildo?» gli disse la nonna, che si era avvicinata senza far rumore.
«Mica tanto simpatico! Mi ha tirato una nocciola in testa!»
«Beh, in qualche modo doveva pur attirare la tua attenzione!» replicò lei. E nonna e nipote scoppiarono a ridere insieme.
«Nonna, ma che ci fai con tutte quelle nocciole?» chiese poi il ragazzo, incuriosito.
«Se torni da questa vecchia nonna contadina per la vigilia di Ognissanti lo scoprirai. E ti assicuro una cosa: o ti piacerà da impazzire, o non vorrai mai più mangiarla in vita tua! Non ci sono vie di mezzo con quello che ti preparerò».
«Nonna, io vengo anche a Natale! Voglio proprio vedere che fine fa Ermenegildo!» esclamò Umberto entusiasta.
La nonna si guardò bene dal confessargli che nei mesi freddi il ghiro sarebbe andato in un profondo letargo. Ora che si era finalmente creato quel filo invisibile ma fortissimo con il nipote, non aveva alcuna intenzione di spezzarlo. E poi, pensò tra sé, c'era sempre Claretta, la volpe: lei non dormiva mai, metteva solo una pelliccia più pesante e andava in giro per boschi e pollai. «A Umberto piacerà di sicuro...» si disse la nonna con un sorriso complice. Non aveva detto una bugia, aveva solo omesso un piccolo particolare... per la gioia del suo cuore.
Datemi 4 parole vi racconterò un'altra storia!
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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