Ettore e il gatto rosso...


Scatola di latta con fili da cucito, bambino che fa capriole sul prato, vento di tramontana che fa dondolare i panni stesi, gattino rosso sull'albero


 Quando soffia il vento di tramontana, di quello che ti arrossa le guance e ti secca la pelle delle mani, la nonna Milla diventa felice come una bambina. Come diceva sempre lei, avrebbe volentieri zompettato su un piede solo, anche se alla sua età era ormai solo un modo di dire. Saltellare su un piede solo è un’arte da ragazzi, da vecchi non proprio, pensava la nonna mentre tirava fuori la scatola di latta dei fili del cucito.

Ne solleva il coperchio e si gode il momento. Fuori la tramontana fischia, si incunea fra le case, gioca a mettere paura, sibila, fa scricchiolare le cose e attorciglia i panni stesi sul filo. Ma lei è felice: la sua mente vola a quando, davvero, i giochi sull’aia di suo nonno erano la libertà assoluta, e la tramontana le è rimasta incollata alla pelle come sinonimo di gioia.
Lo scampanellio al portone di ferro del giardino la riporta alla realtà. La sua mente, ancora prigioniera nei suoi giochi di bambina, le fa scattare in automatico un ritornello che credeva di aver dimenticato: «Con quest’aria e con questo vento, chi è che bussa al mio convento?»
Ridendo per il riaffiorare di quel ricordo, va a controllare il temerario che ha suonato.
«Nonna, ma quanto ci hai messo ad aprire? Stavo volando via con il vento insieme alle foglie!»
«Guarda chi suona al mio convento! Ciao, nipote del mio cuore.»
«Ciao nonna! Che strano modo di accogliermi... Mica hai un convento tu, questa è una casa!»
«Eh, ero presa nei miei ricordi ed è uscita fuori una vecchia filastrocca. Non ricordo nemmeno come finisce, è stato il vento a farmela venire in mente.»
«Questo, nonna, non è vento. È un bel ciclone di quelli che, se non stai attento, ti buttano a terra!»
«Come mai oggi sei passato, Ettore? Non me lo aspettavo, dato il tempo.»
«I "vecchi genitori" , sono andati entrambi in negozio prima perché c’era lo scarico di un ordine di merci, e io mi annoiavo a casa.» In realtà, tutti quei sibili e quegli scricchiolii non piacevano a Ettore quanto alla nonna. «Ma hai da fare, nonna? Ti disturbo?»
«Tu non disturbi mai! Semmai sei capitato giusto giusto per un lavoretto.»
«Non dirmi, nonna, che mi hai preparato l’infila-ago per farti un po’ di fili per il cucito!»
«Sì, volevo farlo da sola, ma visto che ci sei... Pensavo, in cambio, a una bella fetta di torta con le mandorle. Che ne pensi, si può fare?»
«Quanti sono gli aghi?»
«Almeno una ventina! Così mi inserisci i fili bianchi, neri, beige, e qualche ago con i fili marroni.»
«Nonna, ma che ci devi cucire? Le tende o una coperta?»
«Per me, che non ci vedo bene da vicino, infilare ogni volta l’ago quando devo mettere due punti è una perdita di tempo. Li metto tutti pronti, infilati su una tavoletta di sughero, così sono pronti per ogni evenienza.»
«Furba che sei, nonna! Dai, dammi l’infila-ago che comincio.»
«Tu vai, io intanto taglio la torta e mi godo il vento che fischia dal camino.»
«Ma dai, nonna, come fai a trovarlo piacevole? È un vento che ti prende a schiaffi, come se gli fossimo tutti antipatici!»
«Vero, ed è anche peggio di oggi, alle volte! Ma è un vento che, come diceva mia madre, non fa ammalare. È asciutto, asciuga gli oggetti e i vestiti, toglie l’umidità... E le mie ossa, che hanno lavorato tanto e fanno male, ringraziano in certe giornate! E poi, mi ricorda le capriole nei prati verdi, sull’erba intorno alla casa di mia nonna.»
«No, ma dai, nonna, davvero tu facevi le capriole nell’erba?»
«Mica sono nata vecchia, scusa! Sono stata bambina anch’io!»
«Ma a te lo hanno comprato un animale da tenere con te? I miei dicono che è troppo impegno e che io sono incostante, quindi non me lo comprano... Ma a te lo avevano comprato?»
«Da noi in campagna gli unici animali che si compravano erano quelli delle stalle. Cani e gatti si regalavano fra vicini! Sembra incredibile, ma succedeva proprio così. I gatti ci pensavano da soli, mica esisteva la sterilizzazione! Per cui arrivavano nidiate di gatti in continuazione, facevano parte del tutto, come le oche o le galline. Quando erano troppi, spesso si regalavano fra vicini; idem con le cucciolate di cani. I negozi per animali sono del tuo tempo, non del mio!»
«Ma tu un gatto preferito lo avevi?»
«Oh sì, ora che mi ci fai pensare... Un gatto rosso, tutto rosso ma tendente al marrone, non un rossiccio spento, con due grandi occhi verdi.»
«Dormiva con te?»
«Oh no! La mia mamma diceva: "Gli animali con gli animali nella stalla, le persone con le persone in casa". Mai entrato in casa un cane o un gatto!»
«Ma allora è proprio tipico dei genitori negare ad un bambino un animale in casa, ovunque tu abiti! Se lo avessi, i pomeriggi sarebbero meno tristi... Potrei giocare con un gatto o un cane.»
«Porta pazienza, Ettore, i tuoi hanno ragione. Io vengo dalla campagna, ma in un appartamento è tutto molto, troppo complicato con la vita di oggi. Però, se per caso capita che qualcuno regali un gatto, lo prenderò io per te, e tu potrai giocarci quando vieni da me!»
«Oh nonna, duecento aghi al giorno ti infilo se lo fai!» gridò Ettore, felice come la nonna quando soffia la tramontana.
"Mai chiedere con forza, che finisce che vieni accontentato, nel bene e nel male," si disse la nonna qualche giorno dopo, mentre dava il becchime alle sue due gallinelle. Un uovo fresco al giorno leva il medico di torno: da anni quelle uova fresche erano destinate al suo zabaione a colazione, da mangiare con i pezzetti di pane – la crosta, mica la mollica!
Mentre Maria Rosa e Rosa Maria, le due galline fedaiole, "coccodavano" che era un incanto, beccando i gusci delle uova che la nonna aveva portato loro in dono, un leggero miagolio allertò la nonna. Era uno di quei miagolii così deboli che sembrava non ci fosse nemmeno il fiuto nei polmoni per finirlo. La nonna non capiva da dove venisse. Si guardò intorno: niente. "L’avrò immaginato," pensò.
Rientrò a casa con le sue due uova fresche, quando il miagolio le arrivò di nuovo, più forte.
Proveniva dai contenitori della spazzatura appoggiati alla rete lungo la strada. Qualcuno, lassù, aveva risposto alle sue richieste inconsce e alla promessa fatta al nipote.
«Oh, mamma mia!» disse tra sé e sé. «Quanto è piccolo!»
Dentro una scatola c'era un gattino rosso, ma non di quel rosso chiaro: virava proprio verso il marrone, e aveva due zampine bianche. E ora? Era troppo fragile, troppo debole. "Questo non campa," pensò la nonna. Se hai vissuto in campagna sei spicciativa con gli animali, lasci fare alla natura; ma un colpo di telefono a Giovanni decise di darlo comunque.
Giovanni era il veterinario del paese – "cani e cavalli", diceva la nonna, poco pratico con il resto degli animali – ma su un gattino qualche idea su che fare doveva pur avercela. "Non avverto Ettore del ritrovamento," pensò la nonna, "se muore, è solo un dolore inutile per mio nipote."
Giovanni, al telefono, fu lapidario: «Lascialo andare... Ma chi te lo fa fare a uscire matta a prendertene cura? Poi magari ti muore comunque fra qualche giorno.»
Nonna Milla pensò che Giovanni aveva una visione della cosa, lei un’altra. E chiamò Ettore.
Ettore arrivò come una scheggia impazzita: frenò la bicicletta come se dovesse evitare un muro ed entrò in casa con la velocità di un fulmine.
«Internet, nonna! Ora cerco cosa mangiano i gattini abbandonati! La farmacia, nonna, serve la farmacia! Vendono un latte che somiglia a quello della sua mamma, e ci serve un mini biberon! Vado, chiedo i soldi a mamma e torno!» E scomparve con la stessa velocità con cui era arrivato.
Nonna Milla prese un batuffolo di ovatta, scaldò l’acqua e con quello iniziò a massaggiare il pancino del gatto, proprio come avrebbe fatto la sua mamma gatta. Lo cambiò e gli massaggiò il visetto. "False leccate d’amore materno felino," pensò la nonna, "io vorrei essere accarezzata così se fossi nelle condizioni di questo gattino."
Ettore, oramai convinto di essere un supereroe, tornò veloce com'era andato. In poco tempo il biberon fu pronto.
«Aspetta!» disse la nonna, che aveva avuto un ricordo d'infanzia. «Non metterlo come un neonato a pancia in su! Deve stare come quando lo allatta la mamma, a pancia in giù, o il latte gli entrerà nei polmoni e morirà!»
«Oh, nonna,» disse Ettore, «meno male che te lo sei ricordato!»
«Eh, ogni tanto qualche cosa mi torna in mente del mio vissuto in campagna da bambina... Ogni quanto deve prendere il latte?» chiese la nonna. «Che ti ha detto il farmacista?»
«Ogni tre ore, nonna!»
«O miseria!» esclamò la nonna. «Qui non si dorme più!»
«Facciamo così,» propose Ettore, «lo facciamo mangiare la sera tardi, poi la mattina prima di andare a scuola prestissimo arrivo io. Di giorno ci pensi tu, e io torno nel pomeriggio.»
Sembrava semplice il programma, e non fu affatto facile, ma proseguirono giorno dopo giorno nel curare il gattino.




«Ci serve un nome, nonna!»
«Sì, ma se poi muore ci fa ancora più male...»
«Via, nonna, un nome lo farà sentire vivo e non morirà! E poi tu hai dato i nomi perfino alle galline!»
«Pensiamoci bene, perché questo è un gatto fortunato ad averci incontrato. Serve un bel nome.»
«Nonna, ma l’hai appena trovato: Fortunato! Se sopravvive, quale nome migliore? E se non ce la fa, almeno muore curato con amore, invece che in una scatola di cartone sopra un secchio dell’immondizia!»
«Fortunato sia,» disse la nonna.
«Possiamo chiamarlo anche in inglese, nonna, "Lucky" se vuoi!»
«E perché, dobbiamo andare a vivere a Londra? Ma no! Sarà anche più corto, ma mica vado di corsa! Posso chiamarlo con un sacco di nomignoli. Abbiamo la lingua più ricca di parole al mondo, usiamola!»
Furono settimane dure per la nonna e il nipote: pappe, massaggini al pancino e al sederino con il batuffolo d'ovatta e l’acqua tiepida, proprio come avrebbe fatto mamma gatta per aiutarlo a vivere. «Se funziona l’intestino,» diceva sempre la nonna, «campi cent'anni!». E così i giorni passarono.
«Fortunà!» gridò la nonna dalla finestra un paio di mesi dopo. «Se ti fai male te lo scordi che io ed Ettore ti curiamo! Scendi subito e gioca in giardino!»
Un «Mao!» forte e vigoroso da sopra l’albero ricordò alla nonna quel flebile lamento di qualche tempo prima, e la fece sorridere. Amore e cure avevano ridato la vita a un gatto bellissimo. Mentre la nonna faceva per chiudere la finestra, Fortunato scese dall'albero: fece due saltelli e guardò la nonna con due grandi occhi verdi, come a dire: "Grazie, so di essere stato fortunato".
Ora Ettore ha il suo gatto con cui giocare ogni pomeriggio, la nonna – oltre alle galline – ha qualcuno in più con cui fare due chiacchiere e, alla fine, si capisce davvero perché si dice che un animale in casa ti cambi la vita.

"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!"




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