Michela e la siepe di lillà
Il vecchio orologio a cucù della nonna era antico, ne aveva vissute di stagioni! Suonava quando voleva e come voleva: l’uccellino usciva fuori tutto fiero di sé e, a seconda del suo umore, emetteva uno, due o cinque «cucù!». Alle volte rientrava bene nella sua sede all’interno dell’orologio; altre, invece, restava a penzoloni e nonna Irma doveva rimetterlo dentro con infinita pazienza.
«Mamma, tu quell’orologio lo devi buttare!» disse Marina.
«Lo sai bene, amore mio, che è un caro ricordo.»
«Ho capito, mamma, ma hanno inventato gli orologi digitali! Al limite prendi un orologio a pendolo, ma che funzioni. Mi prendono attacchi di panico ogni volta che quell'uccellino esce fuori: mi aspetto sempre che voli via o che mi cada tra i piedi!»
«Esagerata!» disse la nonna. «Quando avrai la mia età capirai che anche un orologio che non funziona bene, se ti ricorda la tua infanzia, ha un senso.»
«Mamma, ti prego! La tua infanzia si perde nella notte dei tempi... Che ricordi puoi avere legati a un orologio a cucù? Lo hai comprato con papà o che altro?»
Ci sono delle volte che le nonne tagliano corto per evitare discorsi inutili con i figli che non capirebbero; e ci sono volte, invece, in cui i figli si devono sorbire racconti non previsti.
«Mettiti seduta che ti preparo un caffè.»
«Non mi va, grazie mamma. Devo andare a prendere Michela in piscina, sai, oggi esce prima!»
«Bene,» disse la nonna, «tu valla a prendere, io intanto preparo un po’ di gelato e ti spiego il perché di questo orologio.»
Marina pensò che in fondo se l’era cercata, ma le faceva piacere passare qualche minuto con la madre che di solito l’aiutava sempre senza chiedere mai niente in cambio. Più che altro, era curiosa di capire cosa avesse quel benedetto orologio che tanto le piaceva.
«Nonna, nonna, sono arrivata! Sono pronta per il gelato! Hai comprato quello che piace a me, crema e pistacchio?» gridava Michela, super felice di quel pomeriggio inatteso a casa della nonna.
«Sì, cuore mio,» disse la nonna, «lo sai che ne tengo sempre una vaschetta per quando vieni!»
Marina disse che ora era pronta per il caffè, e si sedettero comode in poltrona nel piccolo soggiorno della nonna. Quella stanza aveva una doppia funzione, salotto e cucina, semplicemente perché per le ossa della nonna la cucina era la stanza più calda della casa.
«Allora, mamma, vuoi raccontare il segreto che ti lega a quell’orologio rotto da tempo infinito? Però in fretta, che sono in attesa di una chiamata dal lavoro!»
«Ricordi che sono nata in un piccolo paese in campagna e finché non ho sposato tuo padre...»
«Questo lo so, mamma,» interruppe Marina, «ma non vedo ancora il nesso con l’orologio.»
«Nonna, ci stai per rivelare un segreto?» chiese Michela, tutta presa dal momento.
«Io non ho segreti,» disse la nonna, «io ho molto di più.»
«E che c’è di più grande di un segreto da svelare?» chiese Marina.
«I ricordi, tesoro mio. I miei ricordi.»
«Beh, mamma, tutti abbiamo ricordi, ogni giorno se ne crea qualcuno!» intervenne Marina.
«I miei mi sono cari perché appartengono ad un modo di vita che non esiste più.»
«Nonna, allora è un ricordo che condividi con noi, vero?» domandò Michela. «Certo, un ricordo bello.»
Marina disse che avrebbe approfittato del racconto per fare quella telefonata di lavoro che non poteva rimandare, visto che dall'ufficio ancora non chiamavano. Siccome il cellulare prendeva solo sotto al pergolato, uscì in giardino. Pensò che, con tutti i pensieri che aveva per la testa, poteva approfittare del momento: tanto Michela le avrebbe poi riferito tutto con dovizia di particolari, e avrebbe scoperto il mistero di quel benedetto orologio.
Nonna Irma, mentre aggiungeva un altro po’ di gelato nella coppetta della nipote, le chiese: «Tu hai mai sentito cantare un cuculo?»
«Un... che, nonna? Che nome strano! Ma è un uccello?»
«È il re degli approfittatori fra gli uccelli,» rispose la nonna.
«In che senso, nonna? Non capisco!» disse Michela.
«Beh, tu come lo chiameresti un uccello che non si fa il nido, ma osserva quello degli altri? Arriva, butta fuori dal nido un uovo altrui e depone il suo, che ha lo stesso identico colore di quello che ha buttato, il tutto in pochi secondi!»
«Ruba il nido, nonna? Ma davvero?»
«E mica è finita! Quando nasce, il piccolo del cuculo butta fuori dal nido tutti i suoi fratellastri. Per quanto sia appena nato, come specie è più grande e robusto degli altri, e non si ferma finché non resta solo nel nido a farsi sfamare dai falsi genitori.»
«Che uccello cattivo, nonna!»
«Non credo che sia cattivo. Anche nel mondo degli umani ci sono persone che fanno così, è semplicemente la loro natura. Ma il mio ricordo è bello e non ha niente a che vedere con l’uccello opportunista. Il maschio canta a primavera, e il suo canto lo associo alla siepe dei lillà di mia madre: fiorivano proprio mentre lui cantava. E ricordo anche le acacie, che da noi in dialetto si chiamavano "spinacascie", e i sambuchi con i loro grandi fiori a ombrello che, se raccolti, duravano solo poche ore. Un'esplosione di profumi e colori! Era come assistere alla natura che apriva il suo mantello, e sotto c'eravamo noi e il cuculo che cantava»
Da noi, in dialetto, lo si chiamava "ciculo". Antiche leggende raccontano che se avevi una moneta, una sola in tasca, quando sentivi per la prima volta a primavera il suo «cucù!», avresti guadagnato tanti soldi per tutto l’anno.
Noi bambini facevamo un gioco. I nostri nonni ci avevano insegnato una filastrocca: «Ciculo mio, ciculo, quante penne porti su di te? Tre di qua, tre di là, quanti anni mi fai campà?». Se ti rispondeva, si contavano i singoli «cucù», e quelli erano gli anni che ti avrebbe fatto vivere. Non hai idea delle risate con i miei compagni di gioco a chi viveva più a lungo! Se invece non ti rispondeva erano guai, tutti a prenderti in giro... Si rideva solo per il piacere di stare insieme.
«Ma nonna, in tutto questo che c’entra l’orologio a cucù?»
«Credevo che avessi capito, tesoro. Dopo che sono venuta a vivere in città, i profumi della mia terra mi mancavano tanto. Così, quando una vicina voleva buttare via questo vecchio orologio a cucù, me lo sono fatto regalare. Per anni e anni, ogni volta che usciva l’uccellino – cucù, cucù, cucù! – la mia mente tornava all'istante a casa mia, vicino alla siepe di lillà di mia madre, al sicuro, protetta. Ecco perché, anche se oggi dice cucù quando vuole lui, per me ha sempre il potere di farmi stare nella mia terra, accanto ai miei cari, protetta e amata. Vedi, Michela: ci sono oggetti che per una persona possono sembrare brutti o inutili, ma per un'altra valgono tantissimo, perché hanno il potere di farti rivivere emozioni che altrimenti andrebbero perse.»
Michela strinse forte la mano della nonna: «Ora, nonna, stai tranquilla. Ci sono io che ti proteggo e non ti lascerò mai sola!»
Quando un ricordo può unire le generazioni, è inutile lasciarlo chiuso nel proprio cuore: deve uscire e raccontarsi, in modo che gli altri ti capiscano, pensava la nonna tra sé. Era ormai certa che nessuno, in quella casa, avrebbe più detto che il suo orologio era rotto e, per giunta, pure brutto e l'uccellino avrebbe continuato a cantare quando voleva se voleva!
Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!
Per chi vuol ascoltare il mio dietro le quinte: https://graffitidamoredior.blogspot.com/
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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