Emilio e i semi dei ricordi
«Perfetto!» disse nonna Lisa. «Guarda che ruzzolata di filo che hai fatto, Alceste! Ma dimmi te se ogni giorno me ne devi combinare una.»Nonna Lisa era una donna tosta: guidava il trattore con la stessa disinvoltura con cui suo nipote Emilio guidava la bicicletta. L'unica differenza era che la nonna non poteva far impennare il muso del motore, ma a far camminare il trattore nei solchi su due ruote era bravissima!
Emilio, attirato dal borbottio, si affacciò alla porta:
«Nonna, ma con chi ti stai arrabbiando?»«Con Alceste! Quel vecchio gatto dovrebbe piantarla di intrufolarsi nella mia scatola del cucito per rubare i rocchetti di legno. Mica vorrà fare la caterinetta, no?» sbuffò la nonna, mentre cercava di capire se il filo di quel grosso rocchetto si potesse ancora recuperare.Emilio la guardò incuriosito:
«Nonna, mi spieghi che cos'è questa cantarinetta di cui parlavi?»«Si dice caterinetta» lo corresse lei con un sorriso. «Era un vecchio gioco per noi bambini, sia maschi che femmine, nelle lunghe sere d'inverno. Sai, in campagna, quando le giornate si accorciavano, per le mamme era un bel problema tenerci buoni nell'attesa di andare a cena o a dormire. Una volta, i fili per cucire, soprattutto quelli bianchi e neri, erano avvolti su rocchetti di legno belli spessi. Quando il filo finiva, le nonne li trasformavano in un gioco: prendevano quattro robusti chiodi, toglievano loro la testa con le tenaglie e, con due bei colpi di martello, li piantavano intorno al foro del rocchetto. Poi si facevano girare sopra i fili di lana o di cotone e, con un ago lungo o un "aghino fino", che sarebbe l'uncinetto, si passava il primo filo sopra al secondo. Se lo chiedi a tua mamma, ne ha uno moderno in camera sua; solo che ora sono di plastica e li chiamano "tricotin" alla francese, ma sono nati tutti da lì: da un rocchetto e quattro chiodi.»«Ma, nonna, scusa... e che cosa ci facevate poi con tutto quel cordino?» chiese Emilio, che faticava a immaginare il risultato.«Ci si facevano cose bellissime! Se li incolli su una tela vengono fuori dei quadri meravigliosi, oppure dei fiocchi per addobbare i mazzi di fiori, o ancora dei cordini robusti per legare i sacchetti. Io ne ho fatti a chilometri da bambina! Ricordo che una zia se li prese tutti e in cambio mi diede un pacco di caramelle. Ci decorò il salvacamino, quel telo di stoffa montato su un telaio che d'estate abbelliva il focolare. Me lo ricordo ancora, era un vero capolavoro!»Emilio sgranò gli occhi:
«Ma davvero i camini si decoravano d'estate?»«Certo! D'inverno nelle cucine erano sempre accesi, ma d'estate vedere tutto quel nero di fuliggine non era affatto bello, e poi metteva un calore che faceva sudare solo a guardarlo. Le famiglie ricche usavano i parascintille in ferro battuto o in ottone, mentre i contadini usavano l'ingegno. Io, per esempio, per la mia mamma ne feci uno su un telo di canapa, tutto decorato con i fiori all'uncinetto. Dovevi vedere com'era splendido!»«Emilio, sei passato per la gioia di tua nonna o ti serve qualcosa?» chiese nonna Lisa, guardandolo con affetto.«Sono veramente contento di venirti a trovare, nonna, ma in realtà la mamma voleva in regalo un po’ della tua giardiniera sott’aceto. Stasera ha a cena i colleghi di papà e ha detto che voleva fare bella figura.»«Ma certo, la capisco! Mi vengono così buone quelle verdure... Andiamo in magazzino e prendiamo un paio di vasi: uno per la cena e uno ve lo mangiate voi. Mica li faccio per vederli fare la muffa sullo scaffale!»Emilio adorava andare in magazzino. Per lui era come fare un salto in un tempo che non aveva mai conosciuto, per via di tutte le cose strane che vi vedeva conservate. «Non conservate,» correggeva sempre la nonna, «ma ancora funzionali! Perché dovrei buttare la vecchia stadera a due piatti se non sbaglia di un grammo? È una bilancia fantastica se la sai usare. E quella padella di ferro? Come ci cucini i piatti antichi lì dentro, non ci riesci con nessuna pentola moderna.»Mentre camminavano, l'odore dei sambuchi arrivò prorompente. «Nonna, che profumo che fanno queste piante!» esclamò Emilio.«E pensa che in autunno, con le bacche, proverò a fare uno sciroppo! Per ora ci godiamo il profumo e la bellezza della fioritura.»La nonna aprì la porta del magazzino per prendere i barattoli di giardiniera, ma un attimo dopo mandò un urlo così forte che fece trasalire il nipote.«Nonna, che hai visto? Nonna, che succede? Nonna, rispondi!» chiese Emilio spaventato.«Accidenti a lui!» gridava la nonna uscendo furiosa. «Accidenti, e poi accidente, e sottolineo accidenti! Alceste mi ha distrutto tutto il mucchio di fieno che avevo preso nel campo di Marino l’altro ieri! Minacciava pioggia e l’ho messo al riparo in magazzino... È il mangiare per l’inverno di Trip e Trap, i conigli! Ma dimmi te, quel gattaccio... non solo il filo, ora mi ha sparso anche il fieno per tutto il pavimento! E ora devo raccoglierlo. Ma come ha fatto a entrare, mi chiedo?»
«Forse da qui, nonna...» disse Emilio, indicando il retro. «Guarda la zanzariera della finestrella: è sollevata in un angolo.»«Quel gatto mi farà uscire pazza! Prendi un martello e quattro chiodi.»«Facciamo la cantarinetta, nonna?» scherzò Emilio.«No! Anche se hai sbagliato di nuovo il nome... Rinforziamo la zanzariera di metallo sulla cornice della finestra. Forza!»«Guarda, nonna, che io non lo so mica fare...»«Tu no, ma io sì!» tagliò corto lei. E con cipiglio fermo piantò i quattro chiodi in un secondo, assestando quattro forti colpi di martello, tanto era ancora arrabbiata con il gatto.Poi, passata la foga, sospirò guardando il disastro a terra: «Aiutami a rifare il luciolo, va...»La nonna si fermò improvvisamente con il forcone in mano, lo sguardo fisso nel vuoto.«Nonna? Sei andata di nuovo nel passato?» Milo conosceva bene quella sua nonna, forte come un mulo, che ogni tanto si assentava con i pensieri e tornava chissà dove con la mente.«Eh sì... sono andata nei campi di mio nonno, subito dopo il taglio del fieno. A quel tempo lo facevano tutto a mano, con la falcefenara.»«Nonna, ma di che parli? Che cos'è una falce l’ho capito, ma "fenara" che vuol dire?»«Se te lo dico in italiano invece che in dialetto, "falce fienaia", ti suona meglio come parola?»«Buio pesto, nonna. Non ho proprio idea di cosa parli.»La nonna sorrise, scrollandosi di dosso i pensieri tristi: «Vieni, andiamo in cantina. Dietro la botte ne ho infilata una da anni.»E così, Emilio e la nonna, camminando tra il profumo delle acacie e dei sambuchi, si diressero insieme verso il fresco della cantina.La nonna sorrise, controllando le forme piccole e tonde di formaggio che stavano asciugando bene sulla tavola, senza nemmeno una crepa. Le aveva comprate da Masiero, che aveva tante pecore e faceva delle caciotte squisite.«Scusa nonna, ma perché hai messo quella barriera di arbusti intorno alle caciotte?» chiese Emilio, indicando le foglie appuntite.«Ci ho messo del pungitopo!» rispose la nonna. «Vedi, sono rametti spinosi. Nel mondo contadino si sono sempre usati per proteggere i salumi o i formaggi messi a stagionare in cantina. Se entra un topolino attirato dal buon odore, non riesce ad avvicinarsi: il pungitopo, come dice la parola stessa, lo punge sul muso e lui scappa a gambe levate! Un giorno ti porterò a vedere dove crescono, in mezzo alla macchia.»
Mentre parlava, la nonna tirò fuori la vecchia falce da dietro la botte e mostrò al nipote come si impugnava. «Pensa, Milo, dovevi "fare il filo", cioè rendere la lama tagliente, varie volte al giorno. I contadini si portavano appeso alla cintura un corno di bue pieno d'acqua, con dentro la pietra per levigare il metallo. Con questo attrezzo tagliavano l'erba senza piegarsi, ma servivano muscoli forti e potenti per manovrarlo. Era una gran fatica! Appena la lama non tagliava più bene, dovevi fermarti, prendere la pietra bagnata dal corno e strusciarla sull'acciaio finché non tornava affilata.»La nonna accarezzò il legno consumato dal tempo: «Tagliavano e facevano quei mucchi di fieno che in dialetto chiamiamo lucioli. Prima, in magazzino, la mia mente è volata a quando eravamo bambini: noi non sapevamo che saltandoci dentro, proprio come ha fatto il gatto Alceste, il fieno si spargeva ovunque. I nonni si arrabbiavano tantissimo! Ma noi piccoli mica la sapevamo quanta fatica costasse quel lavoro, o quanto a fine giornata gli uomini e le donne della campagna fossero stanchi... Per questo io ringrazio il progresso. Questo mi piace dell'essere umano: il fatto che continui a cercare un modo per rendersi la vita più facile. Oggi la falcefenara è solo un vezzo per collezionisti, ma ai miei tempi era l'unico modo veloce per tagliare l'erba. Quello che le macchine oggi fanno in mezz'ora, a mio nonno richiedeva giorni interi di lavoro.»
Lo sguardo di nonna Lisa si fece ancora più dolce: «E poi, se penso alla faticata delle "Pajarozze"... Così chiamavamo i grandi cumuli di fieno in dialetto! Portavano il fieno raccolto sull’aia con i carri tirati dai buoi; li caricavano così tanto che sembravano barche in mezzo al mare. Poi, scaricando i fasci con sapienza, creavano un grande cono panciuto e alto. Ci mettevano sopra un grosso telo cerato e quattro sassi pesanti legati agli angoli: serviva a proteggere il fieno dalla pioggia, e i sassi lo tenevano fermo contro il vento.»Emilio ascoltava affascinato, ma allo stesso tempo iniziò a preoccuparsi: quel viaggio nel tempo della nonna si stava dilungando un po' troppo. «Nonna, la giardiniera! Altrimenti la mamma mi sgrida... Dice sempre che ogni volta che vengo da te perdo la cognizione del tempo!»«Hai ragione, cuore mio!» rispose la nonna riscuotendosi. «Corriamo a prenderla, così facciamo contenta la mamma. Oh, mi raccomando, dillo ai colleghi di papà che l’ha fatta la nonna con le verdure fresche dell’orto, ci tengo!»«Tranquilla nonna, se ne accorgeranno subito che è fatta in casa!» la rassicurò Emilio.Proprio in quel momento, con un gran balzo, il gatto Alceste si fiondò drittò su una pianta di sambuco, chissà cosa aveva visto. La nonna guardò sconsolata Emilio: «Quel gatto, fidati, ha dei problemi... O semplicemente fa il gatto! Però potrebbe anche fare meno danni...»E scoppiarono a ridere insieme. La nonna era stata bravissima: era riuscita a trasferire un ricordo antico in una mente attuale. Aveva salvato un pezzetto di passato, piantando quel seme nella memoria del nipote per farlo continuare a vivere.
"Datemi 4 parole vi racconto un'altra storia!"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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