Francesco e la giostra senza nome
«Nonna, sono arrivati! Sono arrivati! Nonna, nonna, nonna!»
«Nipote mio, ti ricordo che non sono sorda, sento le capinere cantare prima del gatto! Francè, ma chi è arrivato? Metti il soggetto nella frase, altrimenti, anche se ci sento bene, non capisco!» disse nonna Rinetta.
Francesco si piegò sulle ginocchia per prendere fiato, e poi finalmente le parole uscirono comprensibili per la nonna: «Sono arrivate le giostre, nonna! Sai, c’è di tutto! Nonna, che gioia! Posso andare a divertirmi con gli amici se papà ci accompagna? Glielo chiedi tu?»
«C’è anche la grande giostra dei calci sul sedere?»
«Ma nonna! Non dire parolacce che poi lo sai che mamma si arrabbia e mi dice che non sei un buon esempio da seguire nell’esprimermi!»
«Ma quale parolaccia?»
«Quella che hai appena detto, non farmela ripetere!»
La nonna, che era già partita con i ricordi della sua giovinezza, riavvolse il nastro dei pensieri e capì l’arcano a cui si riferiva il nipote: «Ops, amore, scusami! La nonna ha usato un modo di dire dei suoi tempi riferito a quella giostra. Hai ragione, non posso chiamarla come ai miei tempi... Riformulo la domanda: ci sono anche i seggiolini volanti attaccati alle catenelle?»
«Bella domanda, nonna! Sai che non lo so? Ho visto delle gira-giostre, quelle dove ti siedi e fai girare il centro attaccandoti a delle maniglie. Ho visto la pesca dei cigni, tanti gonfiabili... Ma come sono fatti quei cosi che è meglio che non nomini? Che se lo faccio, poi mi scappa con la mamma e so che alla fine voi bisticciate!»
«Siediti va! Io non li chiamo più come li chiamavano tutti ai miei tempi, quando avevo la tua età o poco più, ma posso raccontarti come funzionavano le nostre feste al mio di paese.»
«Fantastico, nonna, mi piace la cosa! Magari hai fatto anche il pan polenta oggi?»
«No, ho fatto una semplice crostata con la mia marmellata di ciliegie.»
Francesco, tutto contento, disse solo: «Sono pronto ad entrambi i sacrifici: ti ascolto e mi mangio una grossa fetta di crostata! Tanto torno in bicicletta e la mamma non mi dirà che non sei stata attenta alle mie calorie!»
La nonna pensò a quando la parola "caloria" era sconosciuta, ma tutti sapevano bene cosa fosse la parola "fame". "Altri tempi," si disse, e tagliò due fette di crostata: una per lei e una per il nipote.
«Racconta, nonna: come erano questi sedili volanti? Ma erano pericolosi?»
«Per capire devi immaginare tutta la scena. Nel mio paese, quando avevo la tua età, non c’era niente per divertimento. Solo due bar: uno aveva il biliardino per noi giovani e l’altro la sala da biliardo per le persone adulte.»
«Bello il biliardino, nonna, mi piace! Ci sai giocare tu?»
«Certo che ci so giocare, ma non divaghiamo! Per il lunedì di Pasqua, però, succedeva l’incredibile. Una piccola chiesa in un campo, prima di arrivare in paese, attirava tanta di quella gente dai dintorni per una processione che aveva origini lontanissime, nata per ringraziare la Madonna per la protezione in un territorio pieno di pericoli e paludi. La festa richiamava persone da ogni dove. Incontravi persone che magari per tutto l’anno non vedevi, parenti che venivano da lontano... Decine e decine di persone ben vestite che prima andavano in chiesa – magari dopo aver trasportato i santi delle processioni del giorno di Pasqua – e poi le ritrovavi sul prato a giocare come bambini piccoli. E per non parlare delle bancarelle, erano tantissime lungo la vecchia strada sterrata fra i campi!»
«Vendevano anche palloncini come oggi, nonna, quando si va ad una festa?»
«Oh sì, c'erano, tanti palloncini! Ma andiamo con calma: io racconto e tu chiedi, ma fammi creare lo scenario o non comprendi. Una chiesa con tanti secoli sulle spalle, costruita su una vecchia strada con davanti la nuova provinciale, tre case, un bar piccolo piccolo e un campanile. Poche persone vedeva tutto l’anno fino alla Pasqua. Per ventiquattr'ore era invasa dalla gente e qualche giorno prima della festa arrivavano i giostrai.»
«Ecco, questa parte mi interessa molto!» disse Francesco.
«Aspetta, fammi finire lo scenario! I giostrai prendevano i grandi campi, pagavano i proprietari, ottenevano i permessi e montavano le giostre. Lungo la strada vecchia arrivavano le bancarelle. Vendevano di tutto: dai semi per gli uccelli, ai vestiti, alle pentole, fino ai cappelli, mutande e calzini che si vendono bene e non mancano mai nelle feste paesane. E poi il venditore di noccioline americane, di mosciarelle...»
«Oddio, nonna, non so cosa sono le mosciarelle!» chiese Francesco.
«Sono le castagne secche»
«E il venditore di zucchero filato...»
«Pure colorato, nonna, lo vendevano?»
«Me lo ricordo bianco io, ma può essere. E poi c’era la bancarella che piaceva tanto a me...»
«Di giocattoli?»
«No, quelle erano tante che sembrava la Befana e Natale messi insieme! A me ne piaceva una particolare ed era sempre con una fila spaventosa: vendeva panini alla porchetta!»
«Buona!» disse Francesco. «Ma mamma dice che è per pazzi, troppe calorie.»
«La gente veniva dalla fame allora, e un panino succulento lo smaltivano in mezz’ora.»
«Peggio di una palestra dove va mamma!»
«Molto meglio che in palestra! Si lavorava sodo, ci si spostava a piedi per chilometri, come facevi ad accumulare grasso? Era necessario allora, per vivere, mangiare tanto, mica esistevano gli integratori!»
«Fa strano, nonna, sai... Ma che si mangiava ai tuoi tempi?»
«Te lo racconto un’altra volta, non farmi perdere il filo dei ricordi. E dimmi: ti è chiaro lo scenario da immaginare?»
«Un po’ complicato, ma sì, è chiaro.»
«Bene,» disse nonna Rinetta, «ora arriviamo a quello che non posso nominare, ma che chiameremo sedili volanti. La costruzione era al centro del grande prato. Immagina una grande struttura, alta anche dieci metri, con un cappello di metallo e catene robuste a cui erano attaccati seggiolini con i braccioli e una catenella di sicurezza davanti per non cadere. Scendevano a terra fino a restare intorno al mezzo metro.»
«Pensavo che fossero in alto, dici che erano volanti!»
«Aspetta! Questa è la posizione per far salire le persone, quando sono ancora fermi. Ma quando venivano messi in movimento, raggiungevano anche i tre o quattro metri di altezza. Immagina, sopra al tetto di casa!»
"Mamma non mi manderà mai, troppo pericoloso secondo lei," pensò Francesco tra sé.
La nonna continuò: «Accanto alla struttura c’era un alto palo di ferro conficcato nel terreno, un po’ distante. Sul palo, in alto in alto, c’era una coda. Sembrava la coda di una volpe, ma era di peluche ovviamente! Il gioco consisteva, mentre si girava e si dondolava, nel prenderla con la mano per fare un altro giro gratis.»
«Figo!» disse Francesco. «Ora non le dire tu le parolacce!»
«Ma questa non è una parolaccia, fra noi giovani vuol dire forte, interessante, che mi piace!»
«Ah beh, allora,» disse la nonna, «era proprio come dici tu, confermo! Ma non era facile prendere la coda, proprio per niente!»
«Cosa lo rendeva difficile? Hai detto che era in alto e che si andava in alto anche con il sedile girando?» chiese Francesco.
«È vero, era in alto, ma era distante. Richiedeva, per poterla prendere, che qualcuno da dietro desse grandi pedate al sedile, che a chi guardava da sotto sembrava che quello di dietro prendesse a calci nel...»
«Per carità, nonna, ho capito! Non innervosiamo la mamma se poi mi esce mentre lo racconto!»
«Hai ragione. Ma ora hai capito il meccanismo: il colpo al sedile faceva andare più veloce e in alto quello davanti. Di solito si andava a coppie proprio per aiutarsi e fare un giro gratis. Non hai idea delle torsioni che facevano le catene e come quello seduto davanti girasse su se stesso per tornare alla posizione originale... Da brivido!»
"Confermo," pensò Francesco, "figo! Ma mamma non mi lascerebbe mai salire."
La nonna continuò: «Ora immagina, animiamo la festa! La grande giostra mandava musica, le canzoni in testa alle classifiche italiane più conosciute... La la la la! Il tirapugni faceva rumori assordanti: buom, bottt, trump sul metallo! Le giostrine con i bambini piccoli scricchiolavano: crinc, cranch! I flipper grandi: spleng, titinttin titinttin, tin! Il venditore delle noccioline urlava a squarciagola: "Mosciarelle, semi di zucca tostati, noccioline americane!". Era un coro di voci, di odori a non finire.»
Poi il tono della nonna si fece più serio: «Un anno ci fu un temporale fortissimo. Un vento che strappava i teloni delle bancarelle! Ho visto fuggire a gambe levate decine e decine di persone, che sembrava come nei film quando arriva il mostro o l’asteroide. Ma fu l’unico anno che successe. La gente diceva che era un miracolo che ci fosse sempre una giornata bella, ma forse eravamo in tanti così contenti che anche il tempo si adeguava. Per un giorno all'anno tutto si animava e poi, così come era iniziato, le bancarelle la sera si smontavano. I furgoni in fila tornavano a casa, i giostrai smontavano tutto e in un paio di giorni se ne andavano. La chiesa tornava nel silenzio, i prati tornavano prati. Un'incredibile magia che durava ventiquattr'ore. Nelle case restavano i fiori da piantare, come faceva mia madre, qualche pesce rosso vinto alla gara dei cigni, qualche padella, qualche vestito nuovo nell’armadio... Rimaneva, di vero, la gioia di essersi divertiti tutti insieme, con la speranza di poter tornare l’anno prossimo.»
«Mi hanno detto che prosegue, ma oggi abbiamo tutto di tutto. Ci si incontra tutti i giorni, ci si sente per telefono, si fanno le videochiamate... La festa continua per tradizione e per turismo, ma come l’ho vissuta io rimane solo nel mio cuore e in quelli che, come me, da ragazzi hanno colto l’attimo in cui sembrava che non avessimo niente, e invece avevamo tanto.»
«Nonna, vado a controllare se la monteranno la giostra con i sedili volanti! Domanda: ma casomai mi accompagni tu? Prendi la coda e io ti lancio in aria, che ne pensi?»
«Ora ti dico un segretissimo: mi metteva tanta paura, non ci sono mai salita! Ma se montano i biliardini andiamo a sfidarci, in quello sono ancora brava!»
Scoppiarono a ridere insieme, mentre le briciole delle fette di crostata venivano portate via dalle formichine per l’inverno. Nonna e nipote, per un attimo, erano andati a farsi un viaggio nel passato insieme ed erano tornati certi che il potere di un ricordo può diventare un ponte nel tempo, in cui chi ricorda e chi ascolta possono vivere le stesse emozioni. Potere di chi sa raccontare, perché ha vissuto l’attimo del suo tempo con attenzione.
"Datemi quattro parole vi racconto un'altra storia"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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