Mario e il dono del lago

 


Pannello unico con 4 parole illustrate, barca a remi, aquilone, altalena , cane

Mario arrivò tutto trafelato con un foglietto in mano. Nonna Paola era intenta a tagliare i pomodori in quattro parti, prendendoli da una grossa conca piena di acqua fredda del pozzo, dove li aveva messi a rinfrescare dopo averli raccolti nel suo orto.

«Nonna, sabato andiamo a fare un’escursione guidata con mamma e papà!» esclamò il bambino, mostrando il foglio. «Sarà una lunga camminata per scoprire un lago segreto. Se non sai che c’è, non lo trovi nemmeno sulle cartine!»
Nonna Paola smise di tagliare, si pulì le mani sul grembiule e si soffermò un attimo, pensosa. «Andate al laghetto di San Felice?»
«Sì, nonna! Ma allora tu sai che c’è? Come fai a conoscerlo? Non è mica tanto vicino a noi!»
«Oh...» disse la nonna con un sospiro. «È stata una brutta avventura di quando ero giovane. Ricordo che era un giorno d'estate, eravamo tutti accaldati e annoiati, noi ragazzi, seduti sulla panchina del viale degli ippocastani. Qualcuno propose di andare a fare una nuotata in quel lago. Io, pur di non sembrare paurosa e per non farmi prendere in giro, andai con loro nonostante non sapessi nuotare.»
La nonna continuò a guardare i pomodori nella conca, incerta se sedersi per raccontare o continuare a tagliare. Quando si inizia a preparare la passata,  non ci si può fermare,  il procedimento va finito. Alla fine riprese in mano il coltello e chiese a Mario di aiutarla, prendendo un po’ di pomodori dall'acqua con un grosso passino per passarglieli. E mentre le mani continuavano a tagliare, la voce tornò a raccontare.
«Il lago di San Felice non è un vero lago» spiegò la nonna. «Prima che io nascessi, quel posto era un’immensa cava di lignite.»
«Cos’è la lignite, nonna?»
«È un carbone, ma "giovane", di circa due milioni di anni. È fatto di alberi di un tempo preistorico che, morendo, si sono trasformati nel carbone che l’uomo ha sempre usato per le sue attività e per riscaldarsi.»
«Lo stesso carbone che oggi crea i problemi climatici di cui parlano al telegiornale?» chiese Mario, curioso.
«Sì, proprio quello» rispose la nonna, annuendo. «Ma l’uomo progredisce sempre e oggi stiamo andando verso nuove fonti di energia, sperando di essere ancora in tempo per regalare a voi un mondo migliore. Ma torniamo al lago... Vuoi sapere come nasce?»
Grande tinozza con pomodori che galleggiano, nonna seduta tagli in 4 pezzi i pomodori, Mario in piedi con il foglietto dell'escursione


«Per decenni quella cava aveva donato tantissimo carbone» continuò la nonna, mentre passava un altro pomodoro sul tagliere. «Poi un giorno, durante gli scavi, svegliarono una sorgente sotterranea. E, come succede sempre, Madre Natura si riprese quello che aveva dato in prestito agli uomini. La sorgente era prorompente. Tentarono con le idrovore del tempo di svuotare la cava, sperando che si trattasse solo di una piccola vena d'acqua. Ci provarono e riprovarono, ma alla fine dovettero arrendersi. L’acqua riempì l'intera cava e tutto finì: smisero l’estrazione, chiusero i cancelli e, dove prima c'era solo un grande vuoto nella terra, iniziò a crearsi qualcosa di completamente diverso... come vedrai sabato prossimo.»
Mario ascoltava a bocca aperta, stringendo ancora il passino tra le mani. «Nonna, ma ci si può fare il bagno oggi?»
«Non credo proprio» rispose lei, scuotendo la testa. «Si diceva che il fondo del lago, essendo stato scavato dalle macchine, potesse risucchiare le persone. Ai miei tempi non c’erano cartelli di divieto, tanto è vero che noi, da incoscienti, ci andammo proprio con l’intenzione di fare una nuotata.»
«Dai, nonna, racconta! Come ci siete andati? È troppo lontano per arrivarci a piedi!»
«Beh, avevamo trovato degli amici più grandi che sapevano già guidare. Uno di loro aveva persino un'Ape Piaggio! Ci siamo saliti in sei, tutti stipati dentro al cassone. Partimmo insieme senza dire niente a nessuno... In compenso, quando tornammo a casa, i nostri genitori ce ne dissero così tante che nemmeno te lo puoi immaginare!»
La nonna sorrise al ricordo di quella sgridata, poi il suo sguardo si fece più serio, quasi a rivedere quelle scene.
«Il posto, come si diceva allora, era "selvatico". Ci si arrivava attraverso uno stradello stretto in mezzo ai campi. Fu una vera lotta tra cespugli e sterpaglie. Ad agosto, sai, tra il caldo soffocante e le spine dei cardi, i graffi sulla pelle fanno malissimo! Per arrivare a toccare l'acqua dovemmo farci largo persino tra le canne fitte che circondavano tutto il laghetto. Una faticaccia... però l'acqua era fresca e sembrava pulitissima. Gli altri corsero subito a tuffarsi, mentre io, terrorizzata anche solo dalla vista di tutta quell'acqua profonda, rimasi sulla riva.»
La nonna si interruppe per un istante, posando il coltello.
«La paura mi era arrivata all’improvviso. Non sapevo nuotare e dovevo assolutamente trovare un modo per non farlo capire agli altri, per restare con i piedi per terra senza essere presa in giro. Vicino alle canne, abbandonata a se stessa, c’era una vecchia barchetta di legno. Mancavano i remi e le assi sembravano quasi sfaldarsi, ma era comoda per sedersi a riva. Da lì potevo mettere i piedi a bagno e rinfrescarmi, rimanendo al sicuro sulla terraferma.»
«E i tuoi amici non ti dicevano nulla?» chiese Mario, immedesimandosi nel racconto.
«I miei amici si divertivano come pazzi, ma io molto meno. Avevo il terrore che a qualcuno di loro venisse in mente l'idea di farmi uno scherzo e di buttarmi dentro. Non ci avevo pensato prima di partire! Così rimasi lì, ferma e buona sulla barca, cercando disperatamente una scusa per allontanarmi da quel pericolo. Il solo pensiero di finire sott'acqua mi aveva messo addosso un'ansia incredibile, mi sentivo persa. Per fortuna, proprio in quel momento, vidi un aquilone che volava alto nel cielo, poco distante da lì. Facendo finta di essere curiosa di vedere chi lo stesse facendo volare, mi alzai e mi allontanai dalla riva, felice di aver trovato una via di fuga senza dover mostrare a nessuno quanta paura avessi davvero.»
«L’aquilone chi lo guidava, nonna?»
«Un papà con il suo bambino» ricordò la nonna, stringendo gli occhi come per guardare lontano. «Mi fermai a parlare con loro come se li conoscessi da sempre. In realtà, la scusa me la offrì il loro cane: mi venne incontro scodinzolando, facendomi un sacco di feste. Probabilmente sentiva sui miei vestiti l’odore dei cani di mio padre. Pur di non tornare su quella barchetta a morire di paura, intavolai una discussione così lunga che quel signore avrà pensato chissà cosa di me! Ma io dovevo solo far passare il tempo.»
«E poi cosa successe?» chiese Mario, molto preso  dal racconto.
«Ad un certo punto, per mia fortuna e per sfortuna dei bagnanti, il cielo diventò all’improvviso cupo. Qualche lampo squarciò le nuvole. Erano i tipici temporali di calore di una volta, che scoppiavano all'improvviso nel tardo pomeriggio. I contadini li temevano moltissimo, perché c’era sempre il rischio che un fulmine incendiasse qualche alto pagliaio, facendo danni tremendi. Ma quel giorno, per me, quel temporale fu come un dono del lago.»
Nonna Paola sorrise, ricordando il sollievo di quel momento.
«I miei amici erano incoscienti, sì, ma non del tutto ignari dei pericoli che si corrono a stare in acqua quando il cielo è pieno di fulmini. Gridando, uscirono di corsa dal lago cercando i vestiti alla rinfusa. Poi  tornammo a casa sotto una pioggia torrenziale, accompagnati da lampi e tuoni. Quei tuoni, però, erano niente in confronto alla tempesta che scatenarono i miei genitori quando, il giorno dopo, scoprirono dove eravamo andati!»
«Vi scoprirono subito?» ridacchiò Mario.
«Nei piccoli paesi le notizie impiegano da mezz’ora a un paio d’ore al massimo per raggiungere tutti. E, ovviamente, ogni persona che racconta aggiunge un piccolo particolare, così alla fine la storia diventa completamente diversa da quella reale. Per me quella bravata significò una cosa sola: per il resto dell’estate non mi fu più permesso di uscire da sola. E io, ti confesso, tirai un gran sospiro di sollievo, perché i miei amici ci tornarono svariate altre volte a quel lago...»
«Quindi non ci sei più tornata, nonna?»
«No, mai più. A me l’acqua, se non è quella che scorre veloce in un torrente, fa paura. L’acqua ferma mi fa questo brutto scherzo: mi terrorizza non vederne il fondo. Io ho sempre bisogno di vedere chiaramente dove metto i piedi.»
I pomodori tagliati a pezzi ormai erano tantissimi, una vera montagna rossa. Nonna Paola decise che era giunto il momento di passarli nella macchinetta elettrica, che li avrebbe trasformati in una polpa liscia da mettere nelle bottiglie.
Mario, che ormai era un vero esperto del procedimento, aiutò la nonna a versare la passata con l’imbuto dentro le bottiglie  di vetro. Fu davvero bravissimo, e la nonna iniziò a mettere i tappi di metallo alle bottiglie con la macchinetta . La nonna spingeva la leva e metteva le bottiglie in un grande calderone pieno d'acqua e Mario continuava a mettere la passata nelle bottiglie. 
Mario, a parte la vecchia disavventura della nonna, voleva sapere se il laghetto fosse comunque un bel posto. «Io me lo ricordo selvatico» rispose la nonna, riflettendo. «Nel senso che Madre Natura si era ripresa tutto, ma il posto era abbandonato a se stesso. E di solito la natura non va per il sottile: ci mette tutto quello che vuole lei, non quello che serve agli uomini. Ma se oggi ci organizzano addirittura delle escursioni guidate, presumo che sia diventato molto meglio rispetto ai miei tempi!»
Il laghetto con era, canne, rovi, e acqua pura come lo ricordava la nonna e un grande aquilone colorato in volo

«Mi piace quando mi racconti i pezzetti della tua vita da giovane, nonna» disse Mario «Per qualche minuto non sei più soltanto mia nonna: mi porti indietro nel tempo con te e sembra quasi che siamo coetanei.»
La nonna sorrise dolcemente mentre contava le bottiglie di vetro riempite. «Trenta bottiglie da un litro! Per oggi è davvero un bel numero. Ora andranno bollite nel grande caldaio per sterilizzarle, ma a quello ci penserà tuo nonno più tardi. Noi adesso andiamo di là, che ti faccio vedere un pezzo di lignite. Lo raccolsi al lago per puro caso, mentre camminavo per darmi un contegno e non far vedere agli altri la mia paura.»
Mario non aveva mai visto un pezzo di lignite prima di allora. Lo rigirò tra le mani, stupito. «Ma non sembra il carbone che si forma nel camino dopo che abbiamo bruciato i ciocchi di legno! Sembra proprio un pezzo di corteccia di un albero... Si vedono persino le striature! Ma che bello, nonna! E tu l’hai conservato per tutto questo tempo?»
«E sì» rispose la nonna con un tono serio e saggio. «L'ho tenuto per ricordarmi che, prima di cacciarsi nei guai, è sempre meglio pensare a quello che si deve affrontare e alle sue conseguenze. Se quel giorno i miei amici mi avessero buttata in acqua per scherzo, probabilmente sarei annegata. Alla propria vita ci si deve badare da subito, e io quella volta non l’avevo fatto. Così ho conservato quel dono del lago come un monito.»
La nonna gli accarezzò la testa. «Sabato vai sereno all’escursione e poi, quando torni, dimmi com’è diventato quel posto. Sono proprio curiosa! Lo avevo chiuso nella mia memoria come un vecchio ricordo un po' polveroso, ma ora che è tornato vivo e vitale voglio sapere se quel lago è diventato un posto protetto e curato. E se farai il bravo, la prossima volta ti racconterò di un altro posto magico dove potresti farti portare da mamma e papà. Anche quella era una cava, ma di argilla per fare i mattoni... e scavando nel fango, vennero fuori dei tronchi giganti di milioni di anni fa! Ma questa è un’altra storia.»
Mario promise che le avrebbe raccontato tutto. Mentre si dondolava sull'altalena attaccata dal nonno anni prima sotto il grande ciliegio , si domandò se il lago avrebbe regalato un pezzo di lignite anche a lui, ora che sapeva esattamente come fosse fatto.
Pensò che se quel fossile avesse potuto parlare, gli avrebbe raccontato di foreste immense, di enormi mammut e della storia dei primi uomini sulla Terra. Capì all’improvviso il valore immenso di quel piccolo frammento di milioni di anni prima: nonostante non esistesse più come albero, era ancora in grado di riscaldare il cuore e la mente degli uomini milioni di anni dopo.
«Ha proprio ragione nonna Paola» si disse Mario tra sé, stringendo il foglietto dell'escursione. «In natura tutto è connesso, per sempre.»

"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia"
Pensa Mario mentre si dondola a mammut, foreste, primi uomini nelle caverne

"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"


Commenti

  1. Bellissimo come con le quattro parole che ti ha inviato mio figlio, sei riuscita a costruire un' altra storia molto avvincente ed istruttiva. Mi sono divertita pure io. In altri tuoi racconti, mi sono tornati alla mente azioni e attività dei miei genitori e nonni. Ti ringraziamo per le NOSTRE due storie e che tu possa sempre trovare inchiostro per il tuo pennino. Un abbraccio.

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