ORFEO e l'amico spaventapasseri
Nonna Albertina di «ina» non aveva proprio niente, tranne la diminuzione nel nome! Con i suoi fieri chili, le sue «zampotte» – come chiamava affettuosamente le proprie gambe – e due braccia capaci di sollevare le cose pesanti come fossero fuscelli per lanciarle lontano, era il vero mito della famiglia. Lei si adorava così com'era. Usava la sua forza come un leone usa la zampa, certa di quello che poteva fare e di come farlo; e se qualcuno osava parlarle di diete, rispondeva fiera di essere una donna generosa, che non voleva certo far morire di fame gli insetti che un giorno avrebbero provveduto a renderla solo ossa.
Quella mattina, con pantaloni, stivali e una giacchina di lana appoggiata sulle spalle a coprire il collo – che «hai visto mai un colpo d’aria potesse risvegliare la cervicale» e mettere fine alla sua voglia di ciliegie – era intenzionata a mettere seriamente all’opera la sua forza.
Si era svegliata con un pensiero preciso in testa. Fece rapide le faccende, si occupò della cura degli animali e del suo amato giardino tenendo sempre d’occhio l’orologio: le ciliegie sono molto più buone se le raccogli al mattino! Tutto fu sbrigato velocemente. Poi prese un grande secchio, di quelli che si usano per le vernici, lavato e pulito a fondo; lei proprio non capiva perché la gente dovesse buttare quegli oggetti e sporcare la casa di tutti – il pianeta Terra – quando si potevano riutilizzare per anni e anni senza spendere un centesimo.
Sul viottolo che porta ai campi immaginatela così: mentre cammina svelta con il grande secchio in mano e la pesante scala di legno sulla spalla, con il braccio infilato comodamente tra due pioli. Perché quelle cose moderne in metallo, a cui dopo un po’ si piegano i gradini, non facevano decisamente per lei!
La terra sapeva di buono e il grano tendeva ormai a diventare biondo. Costeggiando il vecchio muro in pietra, la grande casa le si parò di fronte. La nonna usò il suo potente «citofono a ugola» e gridò forte: «Vado a raccogliere le ciliegie! Chi viene con me? Conto fino a cinque, poi vado da sola e me le mangio anche da sola! Cinque, quattro, tre, due...»
«Nonna, eccoci! Siamo qui! Ti aiutiamo noi a mangiare le ciliegie!»
Erano due bambini e un gatto. «Ma dico, ci dobbiamo portare dietro anche Orfeo?» chiedeva la nonna.
«Nonna, lo sai,» rispose Mario, «che dove andiamo io e Orlando viene anche lui!»
«Va bene,» disse la nonna, «su, aiutatemi a portare la scala, che in tre si porta meglio. Io davanti, Orlando tu al centro e Mario reggi la fine. E via, destinazione Prato Grande!»
«Ci risiamo,» disse lo spaventapasseri a Orfeo. «Siete tornati anche oggi per depredare l’albero delle ciliegie?»
«Io no,» rispose il gatto, «non le mangio. Parla con gli umani! Che poi l’albero è comunque il loro.»
«Non direi! Se mi hanno messo di guardia affinché nessuno prenda niente, è perché il prato è mio.»
«Guarda che tu sei solo due bastoni incrociati e un po’ di paglia, con qualche vecchio vestito indosso! Non montarti la testa.»
«Oh, quella non posso proprio... Stanotte un gufo miope l’ha scambiata per la sua tana! Mi fa un male... Ha tirato fuori tutta la paglia, ora mi sento la testa vuota.»
«Guarda,» disse Orfeo, «non per farmi gli affari tuoi, ma la tua testa era vuota anche prima del gufo! Sempre di paglia era.»
Lo spaventapasseri si era innervosito: «Io voi animali non vi capisco! Solo perché vi muovete, pensate che noi poveri e malridotti spaventapasseri non siamo utili? Guarda quei tre umani che raccolgono un secchione di dolci ciliegie... Chi credi che abbia tenuto lontani storni, merli e quant'altro? Sono giorni che cerco di prendere ogni raggio di sole per far brillare gli specchietti, e mi scuoto perfino per far tintinnare i campanelli! Mi dovrebbero chiamare "lo spaventoso spaventapasseri" per il lavoro che ho fatto mettendo in fuga stormi interi di uccelli!»
I gatti sentono i temporali molto prima degli umani, e Orfeo capì di botto che ne stava arrivando uno enorme, anche se in quel momento c’era ancora il sole.
«Ohibò!» disse the gatto. «Gli umani sono in pericolo... Sento già i tuoni in lontananza e l’ozono mi ha riempito il naso con l'odore della tempesta in arrivo! Come li avverto che devono scendere subito dall’albero?»
La nonna, intanto, era in alto sulla scala. Con le sue forti braccia «scrocchiava» i rami più teneri e carichi di succose ciliegie rosse, lanciandoli ai nipoti che, sotto l’albero, con delicatezza le staccavano e riempivano il secchione.
«Scusa, spaventapasseri,» disse Orfeo, «i miei sensi mi stanno avvertendo, per non parlare del mio pelo... Sta per arrivare una forte tempesta! Non è proprio il caso di lasciare la nonna quassù sull’albero, se stasera non vogliamo una nonna arrostita come piatto principale a cena!»
«Cavolo!» disse lo spaventapasseri. «È un bel problema... Prova ad avvertirli in qualche modo!»
«Ma cosa vuoi che avverta? O mi mandano via o pensano che abbia voglia di giocare! Ma qui la situazione è chiara: l’albero attira i fulmini e, zacchete, ci giochiamo gli umani se succede! Serve un piano che attiri subito la loro attenzione, sono così presi a raccogliere ciliegie che faranno una brutta fine prima ancora di accorgersene.»
«Ma io... io corro rischi?» domandò lo spaventapasseri, tremando per tutta la paglia che aveva indosso.
«Ma no, tranquillo, sei un tappo rispetto all’albero! Il fulmine è pigro, vuole fare meno strada possibile: colpisce prima le cose alte e poi, semmai, quelli come te. E poi sei di legno, non hai metallo addosso che lo attiri.»
«E gli specchietti? Sono di metallo!»
«Ma sono piccoli e pochi, tranquillizzati!» disse Orfeo. «Brutto sarebbe se bruciasse l’albero, ma sei abbastanza lontano. Pensiamo piuttosto a salvare la nonna! Quella sì che è in pericolo, anche se non lo sa. E dobbiamo inventarci qualcosa.»
«E come facciamo?» chiese lo spaventapasseri. «Io il massimo che posso fare è catturare i raggi del sole con i miei specchietti, ma tu devi girarmi di scatto, da solo non ce la faccio!»
Orfeo, con un balzo felino, saltò addosso al povero spaventapasseri: «Miao! Miao! Grrtttt! Tfrafr! Trgrsfff!»
«Scusa,» chiese lo spaventapasseri, «capisco il miao, ma gli ultimi suoni? Traduci, per favore!»
«E che ne so!» disse Orfeo. «Me li sto inventando tutti! Non si girano...»
«Fallo!» disse lo spaventapasseri.
«Cosa? Che devo fare?» chiese il gatto.
«Buttami a terra! Cadendo, i miei campanelli suoneranno e forse ci sentiranno!»
Orfeo, a malcontenuto, obbedì. Saltò una volta: niente. Saltò con più forza: niente.
«Ma Orfeo, che stai facendo?» disse la nonna da sopra l’albero. «Ve l’avevo detto di non portare il gatto! Guarda che lo spaventapasseri mi fa raccogliere le ciliegie in pace, lui lavora, mica va a spasso come te!»
Proprio in quel momento, il rombo del tuono arrivò forte e chiaro.
«Cavolo!» disse la nonna. «Su, bambini, andiamo! Siamo nel posto sbagliato se arrivano i fulmini... L’albero li attira come le caramelle attirano voi! Su, svelti, via! Lasciamo anche la scala, la riprenderemo domani. Aspettate, però...» disse la nonna fermandosi di colpo. «Povero spaventapasseri mio, così mi si bagna tutta la paglia! Poi mi tocca rifarlo da capo, e di ciliegie ce ne sono ancora tante, e anche di uccelli da tenere lontani.»
Dalle tasche misteriose della nonna di campagna uscì fuori un grosso sacco trasparente di plastica. Con cura, la nonna ne tagliò un lato e lo mise a mo' di copertura sopra lo spaventapasseri, usando un pezzetto di spago per legarglielo in vita.
«Non sarai bello,» disse la nonna, «magari non ti bagni! Passato il temporale, riprendo la scala e te lo tolgo.»
Lo spaventapasseri, altro che medaglie d'onore al lavoro! Navigava tra l'orgoglio e la gratitudine più profonda, mentre la nonna correva come un saleppico insieme ai nipoti verso casa. Orfeo, rimasto un attimo indietro, disse allo spaventapasseri che sì, era di paglia e con la testa vuota, ma era stato un grande guardiano. Con una strisciata affettuosa e un miao, Orfeo condivise la sua stima e poi, con cinque lunghi salti, raggiunse la nonna e i nipoti sotto il portico di casa.
I fulmini ormai dividevano in due il cielo, accompagnati da forti e potenti boati. La pioggia, arrivata subito dopo con grossi chicchi di grandine, convinse il gatto che avevano davvero salvato gli umani. Loro non lo avrebbero mai saputo, ma lo spaventapasseri e Orfeo lo sapevano bene, e questo li rese amici per sempre. Niente unisce di più di una buona azione fatta insieme, anche se il mondo degli umani non lo saprà mai.
"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, le immagini create con IA"
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