Paolino e la spedizione vegetale
“Nonna, ma che fate vestiti così? Dove andate?”
Paolino ebbe un attimo di stupore scendendo dalla macchina. “Pensavo di restare con voi oggi...”
“Puoi restare” risposero i nonni sorridendo, “devi solo cambiarti le scarpe. Oggi si va a caccia di erbe!”
Stivaletti di gomma, cesto di vimini, bastoni di legno e, in mano, coltellini da scavo. Insomma, i nonni si erano trasformati in cercatori di tesori vegetali, pensò Paolino.
Veloce come una lepre inseguita dai cani – come diceva sempre nonno Peppe – Paolino si infilò le scarpe vecchie che teneva dai nonni per giocare. Oggi si andava per prati, quelli vicino al bosco, prima che i rapunzoli diventassero troppo grandi e duri.
“Scusate nonni, ma io non ho minimamente idea di cosa sia un rapunzolo” confessò il bambino, grattandosi la testa.
“Ah, già!” disse nonna Mena. “Tu sei del nuovo secolo. Noi invece veniamo da un altro tempo, dove gli uomini e le erbe si conoscevano bene. I nostri prati, come i boschi, ci donano erbe spontanee che crescono in determinati periodi dell’anno e su terreni precisi. Il rapunzolo è una pianta che in estate fa fiori carini e rallegra i prati, ma in primavera, quando ha messo solo foglioline tenere e una radice morbida, dentro l'insalata mista diventa buonissimo. Ora tranquillo, appena lo troviamo capirai.”
Cammina cammina, arrivarono dove l'erba si faceva più soffice.
“Ecco, le abbiamo trovate!” esclamò la nonna. “Guarda vicino a quei sassi, ce ne sono alcune.” E, così dicendo, tirò fuori il coltellino.
“Ma nonna, le tagli?” chiesero gli occhi curiosi di Paolino.
“Oh, no! Le estraggo dal terreno con tutta la radice. Sono buonissime le radici fresche. Però non le raccoglierò tutte, solo alcune. Se le prendessi tutte con la radice, la pianta non potrebbe più crescere in questo luogo. Diciamo che ne prendiamo una ogni tre, e solo quelle meno forti. Così le altre, in estate, faranno i fiori e poi i semi. Nasceranno nuove piantine e potremo fare altre insalate. Sai, c’è un detto da noi molto antico: ‘Chi la sera mangia tutto, la mattina canta cucco’!”
Vedendo la faccia confusa del nipote, la nonna ridacchiò e tradusse: “Traduzione per voi del nuovo millennio: se consumi tutto in una volta, che sia cibo o ciò che raccogli, poi non avrai più niente per il giorno dopo!”
Paolino ci pensò su. Lui la sera finiva proprio tutto nel piatto, ma il giorno dopo il cibo c'era ancora. Pensò che fosse proprio un vecchio detto superato. “Oggi abbiamo tutto all’infinito, non ci dobbiamo preoccupare!” lo disse alla nonna, fiero del suo ragionamento.
La nonna fece un lungo sospiro e disse solamente: “Il tuo ragionamento funziona se parliamo di fare la spesa al supermercato, ma non se andiamo a raccogliere le erbe. Le erbe, per rinascere, hanno bisogno del seme. Se tu le raccogli tutte in una volta, l’anno prossimo in questo posto non le troverai più. E se lo fanno in tanti, in tanti posti diversi...”
Paolino allora capì. Non ci sarebbero state più per nessuno. “Hai ragione nonna. Una piantina ogni tre... anzi, meglio ogni cinque!”
La nonna, con sapienza, infilava il coltellino nella terra, lo girava intorno alla piantina e poi, con un colpo secco, tirava fuori anche la radice.
“Sembra una carotina, solo che è bianca” osservò Paolino. “O forse una piccola rapa...”
“Cosa sono, nonna, le rape?”
“Eh...” sospirò la nonna. “Si danno per scontate tante cose alla mia età, compreso che tu possa sapere di cosa parlo. Sbagliato! Vedrai che, un po’ alla volta, ti mostrerò anche le rape grandi.”
“Nonna” disse a un tratto Paolino, guardandosi intorno, “ci siamo distratti e il nonno è scomparso. Non sei preoccupata?”
La nonna sollevò lo sguardo. Un lungo muro di pietre ricoperto di cespugli e rami sinuosi e verdini delimitava i campi intorno a loro. In quel preciso momento, la testa del nonno si sollevò sopra il muretto.
“Trovato! L’ho trovato! Guarda Paolino, vieni, corri!” gridò l'anziano sventolando la mano.
“Che avrà trovato mai il nonno da farmi correre?” pensò Paolino tra sé. “Siamo a caccia di vegetali, mica di tesori!”
Camminare su un prato fa uno strano effetto per chi non è abituato. Paolino, che viveva in città e andava solo ogni tanto a trovare i nonni in campagna, si guardò i piedi. Era una sensazione strana, non riusciva a definirla, ma gli piaceva moltissimo. Sembrava un tappeto, ma completamente diverso da quello del soggiorno della mamma. “Ci devo camminare a piedi nudi, prima o poi” si promise. Intanto guardava il nonno che, con la mano alzata, teneva degli steli scuri. Tocca correre, pensò il bambino, il nonno oggi sembra più giovane di me.
Nonno Peppe conosceva la terra in cui viveva e ci teneva a lasciare al nipote ricordi veri, tangibili, capaci di colpire tutti i sensi. Sapeva che in questo modo sarebbero rimasti suoi per tutta la vita; anche quando la natura cambia, l’uomo che ricorda può continuare a fare del bene a se stesso.
Con gli asparagi in mano, il nonno disse molto serio: “Paolino, ti presento Asparagina. È rvida, piena di spine che bucano la pelle peggio di quelle delle rose. Ti strappa i vestiti, ti si impiglia nei capelli... ma sa donare qualcosa di unico: i suoi frutti, gli asparagi selvatici!” E, così dicendo, mostrò il palmo con una ventina di asparagi appena raccolti.
“Oh...” fece Paolino, un po' deluso. “Io li ho mangiati gli asparagi, la mamma li compra al supermercato. Ma quelli sono belli grossi e cicciottoni! Questi, scusa nonno, sembrano quasi malati tanto sono piccoli e secchi.”
A quelle parole, nonno Peppe si mise dritto come un fuso, con le spalle indietro. Ferito nell'orgoglio, esclamò: “Ragazzo, tu non sai di cosa parli! Un conto è il frutto di Asparagina e un conto è un anonimo asparago coltivato!”
“Scusa nonno, non capisco molto di vegetali...”
“Beh” ribatté il nonno, “impara che i sapori di Madre Natura sono speciali. Sanno di terra, di sole, di amore della pianta per il proprio frutto. Quelli coltivati dall’uomo sono prodotti per il consumo umano, quindi devono sembrare perfetti per essere venduti. Invece, Asparagina te li dona sacrificando una parte di sé. Da questo piccolo germoglio che noi raccogliamo, non crescerà mai un altro ramo, né un'altra pianta. Ecco perché il sapore e le proprietà sono completamente diverse.”
“Cosa sono le proprietà, nonno? Scusa, io sono sempre un bambino!”
“Perdonami, hai ragione” disse il nonno, sorridendo. “Ero così preso che ho dimenticato di spiegare. Un asparago selvatico, quando lo mangi, ha il potere di far star bene il tuo organismo in modo molto più grande rispetto a un asparago coltivato.”
“Chiaro!” disse Paolino. “Ora, nonno, ne posso raccogliere uno?”
“Ti ho chiamato proprio per questo!” rispose lui. “Ma ti sottolineo che devi badare a dove metti le mani, i capelli e anche i vestiti. Asparagina non permette sempre di raccogliere i suoi frutti in modo pacifico.”
“Quale devo raccogliere, nonno?”
“Guarda i miei. Tu devi cercare alla base della pianta questi steli scuri e dritti. Prendi quelli un po’ più grandi, gli altri li lasciamo per la prossima volta, o per chi passerà domani o dopo.”
“Nonno, ma se li trovo, posso raccoglierne quanti me ne pare o vale la regola della nonna di uno ogni tre?”
“Beh, se lasci qualcosa, la pianta potrà crescere e formare nuovi cespugli. Così l’anno prossimo avremo più roba da raccogliere. Per ora, se li trovi, prendi quelli lunghi almeno dieci centimetri e lascia stare tutti gli altri più piccoli.”
Paolino era emozionato e pronto per il suo primo raccolto, quando gli venne un dubbio: “Devo usare il coltellino, come fa la nonna con i rapunzoli?”
“No” disse il nonno, “qui servono le mani e l’orecchio.”
“In che senso?” chiese stupito Paolino.
“Con due dita prendi lo sparace – che noi in dialetto chiamiamo ‘sparicio’ – qualche centimetro sopra la base, e piega delicatamente. Se stando attento con l’orecchio senti fare ‘crack’, l'asparago si rompe ed è tuo!”
Fu un momento di grande tensione per Paolino. Doveva evitare gli spini e i rami che sembravano dirgli “vieni qua che ti concio per le feste!”, tenere i capelli fuori dal cespuglio e allungare la mano per trovare, per la prima volta, il punto giusto. A essere seri, era un momento tremendo per un bambino della sua età e le esitazioni erano tante, ma la voglia di provare era troppa. E così, agì.
“L’ho preso! L’ho preso! Guarda, nonno!”
E poi, veloce come un razzo, si fiondò verso la nonna con il suo bottino in mano.
“Ne ho presi molti anche io di raperonzoli, guarda nel cestino!” disse la nonna mostrandogli l'interno del canestro.
“Oh, quante belle piantine, nonna! E ora che facciamo? Andiamo ancora a fare erbette?”
Nonno Peppe, stringendo fiero il suo bel mazzetto di asparagi selvatici, rispose che era ora di rientrare: “È tempo di preparare il pranzo con quello che abbiamo raccolto!”
Paolino fece una smorfia. “Non sarà un gran pranzo... Che vuoi cucinare con due erbette e quattro asparagi?”
Arrivati a casa, la nonna si attivò insieme al nonno. Il coltellino che prima era servito per gli scavi nei campi divenne un coltellino da raschio. In pochi momenti, il nonno ripulì le radici dei rapunzoli, che apparvero bianche e immacolate, e tuffò tutte le verdure nell’acqua fresca appena presa dal pozzo.
La nonna, con una rapidità che solo la sicurezza di saper fare quel mestiere può dare, spezzettò con due dita gli asparagi in pezzetti non più lunghi di due centimetri. Poi, una volta lavati, li divise in due piccoli contenitori.
“Nipote, è tardi e serve aiuto! Corri a prendere un po’ di prezzemolo nell’orto. Passando, prendi anche l’aglio in cantina, che in casa l’ho finito. Ma fai presto!”
Trito di prezzemolo, uno spicchio d’aglio, olio buono del frantoio e asparagi selvatici: la nonna mise tutto sul fuoco con un bicchiere d’acqua a sobbollire.
“E gli altri, nonna?” chiese Paolino.
“Prendi un pentolino che li lesso per un paio di minuti.”
“Uhm...” pensò Paolino, storcendo il naso. “Come quando la mamma li lessa: un filo d’olio, una spruzzata di limone... Blah! Non li mangio davvero.”
“Paolino, corri di nuovo in cantina! E torna piano, perché se mi cadi con la bottiglia di vetro della passata fatta in casa sono guai per te. Anzi, prendine un paio, così ce l’ho anche per domani.”
Nel frattempo, gli asparagi nel tegame si erano ammorbiditi, avevano tirato tutta l'acqua e rilasciato il loro profumo intenso. La nonna versò una bottiglia di passata, un pizzico di sale, una spolverata di pepe e lasciò andare il sugo fino a fine cottura.
Anche gli asparagi da lessare erano pronti, e il nonno li scolò nel passino a maglie fitte.
“Oh, mamma mia! Oggi che strazio, ho finito le uova...” esclamò la nonna guardando nella credenza. “Paolino, altro giro, altra corsa! Vai di nuovo in cantina, c’è il cesto delle uova fresche. Prendine sei... anzi facciamo otto, così ne ho un paio di riserva!”
Paolino pensò che quel pranzo, secondo i suoi gusti, non prometteva proprio niente di buono. Sperava solo di riuscire a mandare giù qualcosa, ma la vedeva davvero dura.
Il nonno prese le uova e le ruppe veloci in una ciotola. Iniziò a sbatterle con la frusta con una tale foga che, più che sbatterle, sembrava le prendesse a mazzate. Poi sale, pepe e – zacchete! – dentro gli asparagi lessati.
Sulla stufa c'era la vecchia padella di ferro con un filo d’olio caldo. La maestria del nonno nel capovolgere tutto insieme velocemente, unendo le uova senza farle smontare, incantò Paolino. Le uova friggevano allegre; il nonno girava e infilava la paletta per sollevare i bordi, mentre la nonna mescolava il sugo con il mestolo di legno.
All’improvviso, Paolino rimase letteralmente senza parole: la frittata volò in aria, altissima! Il bambino ebbe appena il tempo di pensare “ecco, vedi che oggi non si mangia? E sì che prometteva bene...” che nonno Peppe la riprese al volo, perfettamente rigirata nella padella.
“Cavolo, nonno! Sei fantastico!” disse Paolino con gli occhi spalancati.
Il nonno gli fece una strizzatina d’occhio e, ridendo, rispose: “Una gran fortuna che ci sia riuscito!”
Scoppiarono a ridere tutti e tre. Il cibo antico, con i suoi profumi che sanno di terra e di sole, fa proprio questo effetto.
E mentre a tavola mangiavano le tagliatelle fumanti al sugo di asparagi e la frittata dorata, accompagnate da un contorno di tenere foglioline di raperonzolo – con il crock e il crack della radice bianca ad ogni sgranocchiata –, si creò un filo tenero e dolce tra i nonni e il nipote. Un legame profondo, unito dall’eterno e invisibile filo d’amore dei doni di Madre Natura.
"Datemi 4 parole vi racconto un'altra storia"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"

Commenti
Posta un commento