Saverio e la figura misteriosa
«Saverio, non correre!» disse nonna Irma. «Siamo pur sempre all’ingresso del cimitero».
«Nonna, scusami, lo so... ma è così bello questo viale che ti dimentichi quasi di dove siamo».
«Eh, se lo dimenticavano anche le nostre maestre, che ci portavano a giocare proprio qui, sotto gli alti cipressi» ricordò la nonna con una punta di emozione. «Certo, allora erano molto più piccoli di oggi, ma già quel viale era bellissimo. Il custode lo curava con immenso amore, era sempre tutto perfetto. Non puoi immaginare come si giocava bene a nascondino dietro i grandi tronchi dei cipressi!».
Il vecchio cancello in ferro era aperto a metà. La grande e antica serratura mostrava chiaramente che la chiave non era mai stata cambiata.
«Chissà quanto dev'essere grande quella chiave...» osservò Saverio. Al bambino non sfuggiva mai nessun particolare di ciò che lo circondava; era un osservatore acuto, una dote che la nonna gli riconosceva sempre con orgoglio, ammettendo che era un dono che lei non aveva mai posseduto.
«Compriamo un po’ di fiori» disse la nonna, «qualcuno per le tombe dei nostri parenti e qualcun altro per le tombe rimaste senza un fiore».
Presero due piccoli mazzi: uno per la nonna e uno per Saverio, da donare a chi non aveva più nessuno che andasse a trovarlo.
«Nonna, ma che silenzio...» sussurrò a un certo punto Saverio. «Ma non si annoiano i morti con tutto questo silenzio?».
«Sai che l’ho pensato anch’io tante volte? Facciamo così: tu, quando un giorno verrai a trovarmi, mi raccomando... porta il cellulare e metti una musica allegra, così almeno mi faccio due passi di danza!».
«Non dire sciocchezze, nonna! Tu non morirai mai perché io non voglio. Quindi la musica, semmai, la mettiamo adesso quando usciamo».
Per scaldare il cuore di una nonna non c'era niente di meglio delle parole del nipote. Parole che, ironia della sorte, erano quasi le stesse che lei stessa diceva ai suoi nonni molti anni prima. Gli stessi nonni che ora la guardavano sereni dalle fotografie sulla lapide.
«Ti somiglia tanto la tua nonna» disse Saverio, osservando la foto sulla lapide. «E il mio di nonno somiglia un po’ a tuo padre aggiunse la nonna , e quindi somiglia anche a me... Dicono tutti che somiglio tanto a papà!» Aggiunse Saverio.
«Certo» confermò la nonna. «Quando si viene al cimitero succede anche questo: ci si ritrova nei visi di chi ci ha lasciato. Uno sguardo, un modo di sorridere... È il filo invisibile che ci lega a loro, che scorre nel nostro sangue e che non si spezza mai».
«Saverio, corri alla fontanella e prendi un secchio con l’acqua! Ma prima passa vicino al cestino dove si buttano i fiori vecchi» disse la nonna, passandogli un mazzetto di fiori ormai secchi che aveva avvolto nella carta di quelli nuovi. «Io intanto pulisco la lapide».
In poco tempo fu tutto sistemato: la tomba pulita, i fiori freschi nei vasi e una breve preghiera sussurrata insieme. Poi la nonna propose di fare un giro per salutare i suoi genitori, qualche parente e i vecchi amici, per poi dedicarsi a cercare le tombe rimaste senza fiori.
Passò così una mezz’ora che lasciò Saverio un po' frastornato. «Certo, nonna... ci siamo fermati una tomba sì e una no! Ma quanta gente conosci qui dentro?».
«Eh sì» rispose la nonna con un mezzo sorriso, «io dico sempre che ormai conosco più persone al cimitero che in piazza in paese! Ma almeno, quando sarà il mio turno, saprò già con chi scambiare due parole».
La ghiaia scricchiolava sotto le scarpe e i cipressi, come giganti messi a guardia del luogo, muovevano dolcemente la punta al vento. In quel momento, il custode infilò la grossa chiave nella serratura del cancello principale: era quasi il tramonto e il cimitero stava chiudendo l'accesso ai visitatori.
Saverio, attirato dal rumore metallico e scricchiolante della chiave che girava, si strinse alla nonna: «Meno male che siamo usciti in tempo... Pensa a rimanere chiusi dentro lì in mezzo! Non ci voglio proprio pensare».
La nonna scoppiò in una sonora risata.
«Nonna! Siamo ancora nella zona del cimitero!» la rimproverò Saverio. «Aspetta almeno che superiamo il cancello esterno!». Quello, per fortuna, restava sempre spalancato e non metteva agitazione al bambino.
«Hai ragione, scusami» disse la nonna, «ma mi è tornata in mente una vecchia storia che si raccontava in paese su un tizio rimasto chiuso al cimitero, e non ho saputo trattenermi. Se andiamo al parco qui di fronte, ci riposiamo un attimo sulla panchina e ti faccio fare una bella risata».
Seduti sulla panchina, la nonna tirò fuori due panini con il prosciutto e una bottiglia d’acqua.
«Nonna, ma sei davvero sicura che vuoi mangiare qui? Siamo a pochissimi metri dal cimitero!» si stupì Saverio.
«Beh,» rispose lei, «mica si offendono! E poi la camminata mi ha stancata, dobbiamo recuperare le forze».
E così, mentre il tramonto colorava il cielo di rosso, la nonna raccontò la storia. Disse che subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, in paese viveva un tizio che era solito passare in bicicletta lungo il grande muro del cimitero. Era uno spavaldo, uno che andava dicendo in giro di non aver paura di niente e di nessuno. Per questo suo modo di fare non era molto amato: aveva sempre da criticare gli altri se, secondo lui, non si dimostravano abbastanza coraggiosi. Una sera, mentre pedalava veloce per raggiungere il paese, un forte colpo di vento all'improvviso gli fece volare il cappello proprio oltre il muro del cimitero.
«Oh, mamma mia!» esclamò Saverio, mentre addentava il suo panino con gusto. «E lui che fece?».
«Beh, si professava un coraggioso, no? Che vuoi che facesse: corse a recuperarlo scavalcando il cancello laterale, che il custode aveva appena chiuso a chiave. Solo che, per entrare, era salito sul sellino della bicicletta, ma per uscire dall'interno non aveva nessun appiglio. Sconsolato, dopo aver recuperato il cappello, corse verso il grande cancello di ferro principale... ma il custode purtroppo aveva sbarrato anche quello. E, come hai visto anche tu poco fa, le punte in alto sono taglienti come coltelli, quindi era impossibile scavalcare».
La nonna fece un sorso d'acqua e continuò: «A quei tempi non c’era mica la corrente elettrica davanti alle lapidi come oggi. C’era solo qualche cero qua e là. Scese la notte profonda, il tizio tentò di passare da altri punti ma senza successo. Il vento soffiava forte, le luci dei ceri sembravano danzare nel buio... e al nostro spavaldo la paura arrivò tutta insieme, di botto, come un freddo gelido nelle ossa. Si disse che non voleva rimanere lì dentro un minuto di più. Si aggrappò disperato alle sbarre del cancello, con il cappello calcato sulla testa per il vento, e cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola: «Aiuto! Tiratemi fuori di qui! Aiuto, non sono morto, sono vivo! Aiuto, fatemi uscire!».
In quel momento, lungo la strada, passava un uomo con l’asinello e il carretto che stava tornando a casa. A sentire quelle urla provenienti dal buio del cimitero, l'uomo divenne bianco come un lenzuolo. Incitò l’asino ad andare più veloce che poteva e corse dritto in paese, fiondandosi nel bar della piazza. Lì, col cuore in gola, raccontò a tutti di aver sentito uno dentro al cimitero che urlava di non essere morto e implorava di essere tirato fuori. Al terzo bicchiere di vino, buttato giù per superare lo spavento, mentre continuava a ripetere la sua disavventura, a qualcuno nel bar venne in mente che forse era meglio andare a controllare: se era un vivo andava salvato, se invece fosse stato un fantasma... beh, meglio non scherzare, ma bisognava comunque verificare per poter andare a dormire sereni.
«E ci andarono?» chiese Saverio con gli occhi spalancati.
«Certo! Vennero chiamati il prete e il custode del cimitero. Quando il gruppo arrivò a metà del viale esterno, sentirono chiaramente quel lamento spettrale: «Tiratemi fuori, non riesco a uscire... Fatemi uscire, che sono vivo!»
A quel punto mandarono avanti il prete: «Materia religiosa» dissero tutti in coro, facendosi scudo. Il povero Don Giulio avanzò piano, passo dopo passo, tenendo il crocifisso in una mano e l’acqua santa nell’altra, pronto al peggio. Fu allora che videro la figura aggrappata al cancello: era senza volto, perché a forza di calcarlo in testa il cappello gli copriva ormai gli occhi, e il bavero della giacca alzato per proteggersi dal vento faceva il resto. Si vedeva solo questa sagoma nera, avvolta nell'oscurità, aggrappata disperatamente alle sbarre come se cercasse di arrampicarsi».
«In tanti, per fortuna, si diventa sempre un po' più coraggiosi» continuò la nonna. «“Scintilene” alla mano — che erano quelle vecchie lampade a olio che facevano una luce fioca e tremolante, capaci di creare già di per sé una certa angoscia — si incamminarono. Tante luci, però, fanno chiaro. Si avvicinarono guardinghi, non sapendo cosa avrebbero dovuto affrontare; i meno coraggiosi, per l’occorrenza, si erano portati dietro i rastrelli da giardino, che allora erano in ferro pesante con manici di legno duro, o qualche forcone di quelli che di solito si usavano per raccogliere il fieno.
Quando furono a pochi metri, lo spavaldo del paese, ancora aggrappato alle sbarre, ricominciò a gridare aiuto con una voce sempre più rauca. Tra la tramontana che fischiava sinistra tra i cipressi e quel lamento, le gambe di molti cominciarono a tremare sul serio. Ma restando uniti seguirono il prete e raggiunsero, non senza paura, il cancello. E poi... il prete scoppiò a ridere. Risero di gusto anche quelli dietro di lui. Molti lì per lì non capirono subito, ma intanto il custode andò ad aprire la serratura. Continuarono a ridere tutti a crepapelle: un po’ per lo scampato pericolo e per aver scoperto che non c'era nessun fantasma, e un po’ perché il grande coraggioso del paese, per la troppa paura, si era bagnato i pantaloni!».
Anche Saverio scoppiò in una sonora risata, mentre la nonna lo prendeva dolcemente per mano per riprendere la strada verso casa.
«Nonna, ma come finì poi la storia di quel tipo?».
«Beh, finì che per molto tempo evitò proprio di farsi vedere in paese! E quando tornò a farsi vivo, tutti cominciarono a prenderlo in giro. Diventò molto meno spavaldo; o meglio, smise una volta per tutte di giudicare chi secondo lui non mostrava abbastanza fegato nelle varie situazioni. Questo perché, ogni volta che ci riprovava, c’era sempre qualcuno pronto a ricordargli la sera dei pantaloni bagnati al cimitero. In un piccolo paese, sai come funziona: le storie volano di bocca in bocca alla velocità del vento. Il nostro uomo lo sapeva bene, e da allora preferì tenere per sé quello che pensava, con buona pace di tutti».
Mano nella mano, la nonna e il nipote mandarono un ultimo bacio ideale verso il viale dei cipressi a chi li aveva preceduti, mentre si avviavano a passo lento verso casa.
«La vita e la morte» sussurrò la nonna, guardando il nipote «sono solo i due rovesci di una stessa medaglia, che alla fine è uguale per tutti gli uomini. È il modo in cui decidi di stare in piedi, tra un lato e l'altro, che fa tutta la differenza».
"Datemi 4 parole e vi racconto un'altra storia!"
"Storia creata dalla mente dell'autrice, immagine create con IA"
Commenti
Posta un commento