Egidio e la prova di forza
« Crispolta, per piacere, sai dirmi a che ora pensi di venire al forno a cuocere e cosa hai intenzione di preparare questa volta? » domandò Alfredo, il segretario della pro loco locale. « Sai com'è, mi serve per il calcolo dello spazio. Se so quante teglie arrivano, posso organizzare meglio l’evento. »
Crispolta sorrise e rispose:
« Ho mio nipote in visita per la festa del paese, quindi porterò una teglia rettangolare con il pollo arrosto ripieno. »
« Ma quello buono che fai tu, con quel ripieno che ti manda fuori di testa? » chiese Alfredo con l'acquolina in bocca.
« Eh, certo! » replicò Crispolta fiera. « Che pensi, che lo compri pronto? Ammesso e non concesso che lo vendano in giro! »
« Eh, lo dicevo io perché invidiavo tuo nipote... » ironizzò il segretario.
« Ma dai! » lo interruppe la nonna con un occhiolino. « Te ne lascio un bel pezzo se mi fai spazio anche per una teglia tonda con il ciambellone al formaggio. »
« Beh, dipende... Se mi lasci una fetta anche di quello, potrei fare il miracolo e stringere meglio le teglie degli altri! »
« Furbetto! » ridacchiò Crispolta. « Ma lo sai che divido sempre tutto volentieri. »
« Lo so, lo so, ed è proprio per questo che sono venuto prima da te che dagli altri! » concluse Alfredo, salutandola con un cenno della mano.
La festa del paese stava per cominciare. Colperazzo era un piccolo borgo, un antico castello medievale arroccato sulla collina dove ci si conosceva tutti da sempre. Si sapeva tutto di tutti, compreso chi fosse meglio evitare e chi, invece, tenersi stretto come amico.
« Nonna! Nonna, ci sono, sono arrivato! » gridò una voce allegra all'ingresso.
« Meno male, ragazzo mio! Fatto buon viaggio? » chiese la nonna andandogli incontro per abbracciarlo.
« Con il treno ho fatto presto, ma l’autobus per salire quassù non passava mai... » sbuffò il nipote.
« Dai, oramai sei grande e ti devi abituare a viaggiare. E poi l'attesa fa parte del viaggio, dovresti esserci abituato in città! »
« Sì, nonna, ma pensavo che nei piccoli centri fosse diverso! »
« Ma lo è! Qui da noi mica si fanno le file arrabbiate come in città. Qui si aspetta chiacchierando alla stazione, nell'attesa dell’autobus che ti porta in paese. »
« Ah, ecco perché parlavano tutti così tanto! » capì il ragazzo. « Il fatto è che io non conoscevo nessuno, e il tempo non passava mai. »
La nonna lo guardò accigliata, scrutando dietro di lui:
« Ma tua madre ti ha lasciato da solo alla stazione? » Era già pronta a rifilare una bella "strigliata" telefonica alla figlia.
« Ma no, nonna! Lei mi ha accompagnato in treno, poi mi ha affidato direttamente al capostazione ed è tornata indietro. Con il ristorante non può proprio permettersi di restare qui con noi. »
« Eh, lo so... » sospirò la nonna, addolcendo lo sguardo. « La dura vita di chi ha un'attività. Quando gli altri festeggiano, loro devono lavorare, e pure il doppio. Ma d'altronde bisogna "sbarcare il lunario", come si dice dalle nostre parti! »
« Allora nonna... » esordì il ragazzo, guardando fuori dalla finestra. « Ho visto andare via il signore della Pro Loco. È tutto pronto per la festa? »
« Sì! Quest’anno ci si diverte un bel po', ed è anche un po' "colpa" mia » rispose la nonna con un pizzico d'orgoglio.
« In che senso, nonna? » chiese Egidio.
Il ragazzo cordialmente odiava il suo nome, ma da quando aveva scoperto che era appartenuto al suo bisnonno, un vero eroe di guerra, aveva iniziato ad accettarlo decisamente meglio.
« Nel senso » spiegò la nonna, « che ogni volta che passavo davanti alla Rocchetta non sopportavo più di vedere abbandonato il vecchio forno di comunanza. Quando io ero giovane, era lì che l’intero paese veniva a cuocere i grandi piatti delle feste o il pane. Così ho convinto quelli della Pro Loco a organizzare una lotteria. E alla fine, in tre anni di pesche e biglietti, e grazie all’aiuto gratuito di molti compaesani che ci hanno messo le braccia, siamo riusciti a riportare in vita il grande forno! Per queste feste lo inauguriamo ufficialmente. Partecipiamo all’evento con tante teglie diverse, e chissà che per Natale o Pasqua non si possa tornare a cuocere e a raccontare storie tutti insieme, come una volta. »
« Bello... Però, nonna, dalla cucina del ristorante di mamma e papà mi tocca passare alla tua, e pure a quella del paese! » scherzò Egidio. « Uno strano destino il mio, eppure porto il nome di un eroe di guerra! »
« Tranquillo. Quest’anno le feste sono roba da maschi, e pure coraggiosi. Potrai divertirti e vedere se nelle tue vene scorre la stessa pasta del bisnonno! »
« In che senso, nonna? »
« Domani mattina presto montano una cosa che ti piacerà sicuramente. Alzati di buon'ora! Tanto io devo preparare il pollo ripieno, così tu potrai andare a curiosare in piazza con gli altri ragazzi. La sfida non sarebbe per voi, ma chissà... se Alfredo mi ha dato retta... » la nonna lasciò la frase a metà, con un sorriso misterioso.
Il mattino seguente regalò un'alba rosata e fresca, con colori così tenui che Egidio in città non li aveva mai visti. Almeno non a "cielo pieno". Come diceva sempre sua madre, in città ogni quartiere ha solo uno spicchio di cielo sopra i palazzi, mai la visione completa.
« Pronto all’appello! » annunciò Egidio, entrando in cucina con gli occhi ancora un po' sonnolenti. « Nonna, dove devo andare? »
« Alla piazzetta, quella della chiesa. Vai, che hanno già iniziato! E mi raccomando, fai colazione da Amerigo: prenditi una bella pizza calda con l’uvetta e lo zucchero sopra. Tanto le calorie oggi le bruci tutte, parola della nonna tua! »
Rimasta sola, la nonna tirò fuori dal frigorifero il grosso pollo. Era un pollo ruspante di quelli veri, così grande da sembrare quasi un tacchino. Lo riempì generosamente con un ripieno fatto di carne mista di maiale e vitellone, pangrattato, uova, parmigiano, aglio tritato fine fine e un profumato tocco di mentuccia selvatica. Spinto il ripieno all'interno, prese ago e filo per chiudere l’apertura.
Infine, passò al tocco di goduria culinaria di una volta: una miscela di strutto, sale, pepe, rosmarino e salvia tritati, spalmata con cura su tutto il petto del pollo, sotto le ali e sul dorso. Un ultimo filo d’olio per creare la crosta perfetta, e la teglia fu pronta per il forno comune.
La porta di casa si aprì di botto. Egidio entrò trafelato ed euforico:
« Nonna! Hanno montato un palo altissimo nel terreno! In cima ha una grande ruota di carro inchiodata con delle staffe e, non ci crederai, con delle corde ci hanno appeso ganci a non finire. Ma che cosa ci devono appendere? E poi a che serve quel palo più piccolo, proprio accanto, con un solo filo? Insomma, nonna, tu sai tutto, racconta! »
La vecchia sorrise sorniona, continuando a impastare:
« Io so perché c’ero, quando ero giovane, alle feste di allora. Ci si divertiva con poco e si poteva anche mostrare il proprio valore... Ma non voglio toglierti la sorpresa. Mi vai a prendere sei uova fresche nel pollaio, mentre ti riprendi dall’eccitazione? »
Detto fatto. La curiosità ormai dominava il ragazzo. Le uova furono pronte in un baleno per l’impasto del ciambellone e, subito dopo, come una furcola di vento – un colpo unico e forte – Egidio uscì di nuovo di casa per correre ad assistere al montaggio.
La nonna scosse la testa sorridendo. In paese erano in tanti a chiederle la ricetta del suo ciambellone al formaggio, ma lei lo faceva rigorosamente a occhio, come tutte le donne di casa di una volta. Le veniva bene soprattutto perché quel rito la faceva sentire ancora vicina alle donne della sua famiglia. Sbatté le sei uova, aggiunse un bel po’ di pecorino stagionato e un po' di grana per addolcire il sapore. Poi un bel bicchiere d'olio, un paio di cucchiai di strutto e un bicchiere di latte tiepido in cui aveva sciolto il lievito di birra. Un pizzichino di sale, una bella sbattuta a tutto e via con la farina, fino a ottenere un impasto morbido che quasi si attaccava alle mani. Lo trasferì nella teglia apribile da ciambellone – ma rigorosamente senza il foro in mezzo – diede una spennellata di rosso d’uovo in superficie e lo mise a lievitare per un paio d'ore, o per il tempo richiesto dal clima della giornata.
Mentre la cucina si riempiva di profumi, la porta si spalancò di nuovo:
« Nonna! Hanno montato anche la macchina del tirapugni! Alfredo me l’ha fatta provare e con un pugno ho fatto 350 su 999! Pure gli adulti mi hanno fatto l'applauso! Vedi, nonna, che ce l’ho davvero il DNA del bisnonno eroe di guerra? »
« È ancora presto per dirlo » lo frenò affettuosamente la nonna. « Domani ne riparliamo. »
« Ma perché? Che altro devono montare ancora? » chiese Egidio, sgranando gli occhi.
« Ah, questo io non lo so... » scherzò la vecchia, guardandolo dritto negli occhi. « Ma sappi che se domani non porti a casa un salame intero da mangiare insieme a questo ciambellone, significa che non sei ancora forte come il tuo bisnonno! »
« Non ho visto salami in piazza... Ma lo devo comprare, nonna? Vado subito! » propose Egidio, già pronto a scattare.
« Eh no! » lo fermò la nonna. « Lo devi conquistare tu! »
« Ma io non sono mica capace a fare il salame, mamma non me l’ha mai insegnato! » protestò il ragazzo, confuso.
La nonna mascherò un sorriso:
« Vai tranquillo, stasera capirai tutto. Ora piuttosto aiutami a portare le teglie al forno comune, che ti faccio scoprire come si viveva ai tempi nostri, quando eravamo bambini. »
Nonna e nipote, camminando piano piano con le teglie ben salde in mano, si avviarono verso il forno proprio come si faceva anni e anni prima. Man mano che scendevano lungo il vialetto, dalle porte delle varie case iniziarono a uscire altre donne. Ognuna portava la sua teglia e tutte insieme, come se il tempo si fosse fermato e in casa non avessero forni moderni di ogni tipo, si diressero verso il cuore pulsante del borgo.
« Marì, che hai preparato di bello tu? » domandò nonna Crispolta a una conoscente lungo la strada.
« Niente di particolare, Crispo': quattro piccioni con le rigaglie al pepe all’interno e due bei filoni di pane che erano anni che non facevo più! »
« Ah, buoni i piccioni! » si intromise Alfredo. Era già lì, intento a pulire la bocca del forno e a spostare accuratamente le braci di lato per fare spazio. « Appoggiate pure le teglie sulla tavola di legno, donne. Copritele con il telo di lino, così gli insetti non si avvicinano. »
Poi il segretario si voltò verso un'altra signora:
« Marinè, ma che hai cucinato per un’armata? » esclamò, vedendo il carrellino con cui la donna trasportava faticosamente ben quattro teglie.
« Vengono tutti e quattro i figli per la festa, insieme ai nipoti! » rispose lei, fiera. « Ho fatto le lasagne al cinghiale. »
« Mamma mia! » sospirò Crispolta. « L’ultima volta che le ho mangiate eravamo a un matrimonio una trentina di anni fa. Poi la gente si è dimenticata che significa mangiare bene, ed è andata a cercare le novità all’estero, almeno per il cibo! »
« Come hai ragione... » gli diede corda Alfredo, appoggiandosi alla pala del forno. « Io me la ricordo la povera mamma, quando qui dentro ci asciugava la frutta a fette per l'inverno: mele, pere, uva... »
« Ma non ti ricordi, Alfredo » intervenne Maria, « quando ci facevano i biccudelli con le pizze di Pasqua dentro ai barattoli vuoti dei pelati? »
« E come no! E quando ci mettevano a cuocere le papere mute, con tutta quella crosta dorata, eh? »
« Uh, e l’agnello? Il cosciotto d’agnello affogato nelle patate arrostite, saporite e morbide... »
Andarono avanti così, totalmente immersi nei ricordi culinari di un tempo ormai scomparso. Egidio, in mezzo a loro, non sapeva più chi ascoltare. Era frastornato, piacevolmente confuso tra il profumo delle teglie, le risate, le parole antiche e gli odori intensi. Per qualche minuto si trovò catapultato anche lui in quel passato che non aveva mai vissuto. Non capiva proprio tutto quello che dicevano, eppure sorrideva. Sorrideva vedendo la gioia genuina degli anziani che lo circondavano. Un tempo lontano che un po’ di brace e la bocca aperta di un forno antico avevano saputo risvegliare nel cuore del paese.
La sera arrivò in fretta, nonostante la trepida attesa. Si prepararono entrambi con cura. La nonna si mise persino una collana di perle sulla camicetta buona e si diede un leggero filo di rossetto. Poi prese un golfino di lana – perché le sue vecchie ossa, dopo il tramonto, richiedevano calore – e finalmente si avviarono.
La musica di paese li guidava lungo i vicoli, una melodia antica che metteva allegria. Quando sbucarono nella piazzetta, un lungo « Ohhhhh! » uscì d'istinto dal petto di Egidio. Era un misto di meraviglia e stupore. I pali di legno montati il giorno prima ora avevano finalmente un senso: a ogni gancio della ruota in cima avevano appeso un prosciutto, salami assortiti, capocolli e lunghe file di salsicce secche che dondolavano nel vento.
« Ma è l’albero della cuccagna! » esclamò Egidio. Ne aveva visti solo alcuni in qualche vecchia fotografia.
« Esatto. E guarda bene... Ecco perché ti dicevo che volevo un salame! » sorrise la nonna.
Accanto al palo principale, svettava quello più piccolo, pensato apposta per i ragazzi, circondato alla base da grandi materassi per evitare che cadendo si facessero male.
« Ma è solo un terzo dell'altro, nonna! » notò Egidio.
« Eh, amore mio, per quello grande hanno usato un vecchio palo del telefono, come si faceva una volta. Sono alti anche dieci o dodici metri! Ma guarda con attenzione... Non noti niente sul legno? »
« Ci sono i salami, le salsicce e il grosso prosciutto... » elencò il ragazzo.
« Io dicevo il palo, Egidio. Avvicinati e controlla. »
« Ma è tutto unto! C’è sopra una specie di grasso lucido, nonna! » disse lui, tornando indietro. « Ora però ho controllato anche il palo piccolo dei ragazzi: non ha niente, è asciutto e ci sono delle piccole intacche sul legno. Però c'è un salame, uno solo! Nonna, come è possibile? Per i grandi ci sono tantissimi salumi e noi ragazzi dobbiamo litigarci un solo salame? »
La nonna gli mise affettuosamente una mano sulla spalla.
« Quanti uomini vedi in piazza stasera? » gli chiese a bassa voce.
« Tanti, giovani e meno giovani. »
« E quanti ragazzini della tua età vedi? »
Egidio si guardò intorno, perplesso. « Io... e basta... » sussurrò.
« Hai capito, adesso? » sospirò la nonna con una nota di dolce malinconica nella voce. « I bambini in questo paese purtroppo non nascono più. Quel piccolo palo della cuccagna l’ho pagato io, di tasca mia, pregando Alfredo di montarlo per farti vivere qualcosa che appartiene al mio tempo. Qualcosa che tu, forse, dopo questa estate non vedrai mai più in vita tua. Perché le feste paesane vivono solo se c'è qualcuno che le fa vivere... e Alfredo, quest'anno, lascia la Pro Loco. »
Egidio guardò sua nonna con gli occhi lucidi, commosso da quel gesto così immenso.
« Nonna, è un regalo meraviglioso, ti ringrazio di cuore! Ecco perché ci tenevi tanto che io prendessi quel salame. Sono pronto, vado! »
« Non direi proprio! » lo frenò ridendo la vecchia. « Per prima cosa ti devi togliere le scarpe. E poi, guarda l’albero grande: osserviamo la tecnica che usano gli uomini per salire e poi deciderai quale strategia attuare sul tuo palo! »
La festa era sbalorditiva. La musica di una volta, i rumori e i suoni dimenticati tornavano prepotenti a risvegliare i ricordi dei vecchi, mentre confondevano i giovani. Questi ultimi pensavano che fosse un gioco da ragazzi scalare un palo ricoperto di strutto, e invece si videro scene da morire dal ridere! Anche i più forti scivolavano giù dopo appena due metri. Meno male che erano legati alla corda di sicurezza fissata alla ruota in cima: non rischiavano certo di cadere a terra, ma l'effetto elastico era assicurato.
« Altro che bungee jumping! » esclamò Egidio tra le risate. « Questo è molto peggio! »
Alla fine, però, c’era sempre qualcuno che con caparbietà riusciva a raggiungere la cima e ad afferrare un salume. In quel preciso istante la piazza esplodeva di gioia: tutti avevano fatto il tifo e ognuno si sentiva partecipe di quella bellissima vittoria.
Le ore di assoluto divertimento volarono via in un attimo. Egidio, rimasto a guardare, si voltò verso la nonna:
« Nonna, ma se sono da solo non c'è gusto... Posso sfidare qualche altro ragazzo arrivato dai paesi vicini? Altrimenti come faccio a scoprire se ho davvero il DNA del mio bisnonno? Servono altri sfidanti! »
La nonna sorrise tra sé. Su questo aveva scommesso fin dall'inizio, conoscendo il carattere da leader del nipote. Fu così che si passò alla sfida dei piccoli, che finì per coinvolgere e scaldare la piazza ancora più di quella dei grandi. Madri e padri si trasformarono improvvisamente in massimi esperti di arrampicata, dispensando consigli su consigli: chi suggeriva di salire con le scarpe, chi rigorosamente scalzo. Uno dopo l’altro, i ragazzini tentarono la scalata.
E successe una cosa magica: ogni volta che un bambino raggiungeva la cima e prendeva il salame, Alfredo, svelto, ne tirava su un altro con la corda dal palo accanto. Così, grazie alla meravigliosa complicità di nonna Crispolta che aveva comprato scorte per tutti, ogni piccolo partecipante ebbe un motivo per lottare e la gioia di portarsi a casa il proprio salame.
Quando si avviarono verso casa, il vicoletto profumava già della rugiada della notte profonda, tanto si era fatto tardi. Una volta rientrati, la nonna prese subito il tagliere di legno e iniziò ad affettare fiera il salame conquistato dal nipote. Egidio, dal canto suo, tagliò due belle fette di ciambellone al formaggio.
Fu così che, a notte fonda, mentre in lontananza si sentivano ancora i canti soffusi della gente che tornava a casa, nonna e nipote mangiarono sereni l'uno accanto all'altra. Godevano del fatto di essere stati insieme, per qualche ora, in un altro tempo. Sapevano che quell’attimo sarebbe rimasto per sempre un ricordo prezioso, custodito e chiuso con una chiave d’argento nel cuore di entrambi.
"Datemi quattro parole vi racconto un'altra storia!"
"Storie create dalla mente dell'autrice, immagini create con IA"
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